19 ottobre 2019
Letteratura

Philip Roth: talento per il Nobel

 


Autore : Maria Grazia Roversi

Elogio a quello che è considerato il più grande scrittore statunitense e vivente. E che aspetta da anni il riconoscimento ufficiale

Philip Roth. A volte basta un nome, per scatenare l’inferno.
Un nome talentuoso, che rievoca capolavori del calibro di “Lamento di Portnoy”, “Pastorale Americana”, “La macchia umana”. Introspezioni, grida soffocate, una lente di ingrandimento sulla società statunitense (o forse sul di dentro ognuno di noi).
Un caleidoscopio silenzioso, che dall’esterno osserva, indica, ci invita a guardare, a valutare. Senza mai ostentare giudizi di quart’ordine.

Una vita

Roth nasce il 19 marzo del 1933 nel New Jersey, da una famiglia di origine ebrea. Ha studiato, letteratura anglosassone per la precisione, ha insegnato letteratura comparata, poi ha iniziato a fare quello che gli riusciva meglio: scrivere. Scrivere fiumi di parole (la produzione di Philip Roth è ben nutrita), scrivere di sentimenti e fatti, scrivere di crudeltà mentali, di personaggi malati, che soffrono, che si domandano. L’esordio letterario, il battesimo di Roth, avviene con “Addio, Columbus e cinque racconti”. Qui inizia a svelarsi il talento letterario di questo ironico, freddo scrittore che mai ha rinnegato la sua anima ebrea (e chi ha letto Pastorale Americana ne sa qualcosa: chi era, davvero, Lo Svedese?).

Opere controverse, opere illuminanti 

Uno dei suoi libri più controversi per il linguaggio aperto, scurrile, e per le descrizioni morbose fu “Lamento di Portnoy”. Neppure a dire, fu un successo.
Poi inizia l’epopea di Nathan Zuckerman, che sarà ora protagonista ora personaggio di “L’orgia di Praga”, “Lo scrittore fantasma”, “Lezione di Anatomia”, “Pastorale americana”, “Zuckerman scatenato”, “La controvita”. Nel corso della sua opera letteraria, Philip Roth è stato riempito di premi: il Pulitzer, il Man Booker International Prize nel 2012, il Premio Principe delle Asturie, innumerevoli lodi da parte della critica. Possiamo dire che ne manca solamente uno: il Premio Nobel.

Un Nobel a Philip Roth?

Non è tanto necessario in sé, si comprenda bene: il Nobel Roth se lo è già personalmente assegnato, scrivendo una delle pagine più importanti della letteratura statunitense e mondiale. Non a caso è considerato da molti il più grande scrittore vivente, ed uno dei più grandi in assoluto.
Il fatto è che, ad 83 anni, sembra doveroso girarsi indietro e riconoscere. Riconoscere il contributo straordinario che Philip Roth ha dato a ciascuno di noi. Il modo in cui ha letto gli esseri umani nelle sue infinite sfumature, il modo in cui ci ha fatto sentire nudi e scoperti mentre leggevamo le sue opere. Il modo in cui ha ribaltato la satira, rendendola sottile ironia (e come dimenticare la frase finale di Pastorale Americana). Il modo in cui ha scritto, e in cui ha smesso di scrivere (qualche anno fa si è ufficialmente ritirato dal mondo della letteratura). Forse sarebbe ora di dare un riconoscimento universale a Roth.
Forse sarebbe ora di fare un tributo a questo grande uomo, a questo grande scrittore, pittore finissimo dell’animo umano e delle sue pur belle distorsioni.



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