Storia

Le cinque giornate di Milano, tra leggenda e realtà

Il 18 Marzo scorso si è celebrato il centosettantunesimo anniversario della grandiosa insurrezione milanese nei confronti degli occupanti asburgici. Tra racconti mitici ed eventi reali, una popolazione di gran lunga inferiore militarmente e numericamente rovesciò (temporaneamente) il proprio destino di soggiogati.

 


Autore : Gianluca Magri

Il regno d’Italia non esisteva ancora e l’unità era ancora lontana. I cittadini milanesi a lungo sotto il dominio degli austriaci, decisero di unire le forze per combattere gli invasori. L’impero austriaco di casa Asburgo, sorto dalle ceneri del Sacro Romano Impero, iniziava a decadere. Le moltitudini di etnie al suo interno scalciavano per affermare la propria identità nazionale. I territori italiani non furono da meno.

La miccia che fece esplodere le polveri della rivolta avvenne nei primi giorni del 1848. Il tre Gennaio i milanesi indissero uno sciopero del tabacco, per protestare contro l’ennesima tassa che finiva nelle casse imperiali. In città le forze armate asburgiche contavano circa ventimila soldati croati, alla testa dei quali troneggiava il granitico maresciallo Josef Radetzky.

Radetzky, vecchio ma forgiato da quasi sessant’anni di rivolte soffocate, liberò i carcerati e li fece fumare in faccia ai milanesi. Nacquero numerosi tafferugli; il maresciallo inviò gli ulani (cavalleria pesante) armati di sciabola e la rivolta si placò, lasciando sul terreno 64 morti. Da quel giorno in tutta Europa nacquero movimenti insurrezionali. Il 17 Marzo 1848 a Vienna scoppiò una sommossa che portò alle dimissioni del cancelliere Metternich. Il segnale che i milanesi aspettavano era giunto, la rivoluzione poteva avere inizio.

Prima giornata. Uomini e ragazzi

L’alba di sabato 18 marzo vede un gruppo di giovani ardimentosi marciare per il centro città. La manifestazione programmata parte dal Broletto (l’attuale Palazzo della Ragione) e si concluderà in via Monforte, sede del governo. Durante il tragitto uno dei manifestanti riconosce un signore che si dirige con passo spedito nella direzione opposta.

Quell’uomo è Carlo Cattaneo, brillante intellettuale di stampo illuminista. Dopo averlo fermato, i ragazzi gli domandano dove stesse andando. La risposta è memorabile: “a casa. Quando la piazza è dei ragazzi, gli uomini se ne stanno a casa”. Non esiste nessun intellettuale o politico che crede nella buona riuscita della manifestazione. Con quella (leggendaria) risposta Cattaneo si discosta da ogni responsabilità nelle future conseguenze.

Frattanto il gruppo di ragazzi si ingrossa, inglobando i cittadini di tutte le classi sociali che mano a mano scendono in strada. Un fiume lavico di una compattezza sgretolante.

Nella calca si unisce anche un giovane seminarista, tale Giovanni Battista Zaffaroni. Affacciata al balcone di casa sua, la contessa Giulia Suardi chiede all’uomo di raggiungerla. Giunto al suo cospetto la contessa gli si avvicina e dopo averlo baciato, gli porge uno stiletto, ordinandogli di utilizzarlo contro l’oppressore. Il seminarista infiammato dal gesto si fa largo tra la folla, arriva davanti alle porte del municipio e uccide una delle guardie croate. È il primo sangue.

I martinitt (gli orfani dell’oratorio San Martino) corrono dai campanari e trasmettono l’ordine di far suonare le campane a stormo. La sera si costituisce un comitato insurrezionale. Il maresciallo Radetzky emette un proclama: i cannoni sono pronti; se i rivoltosi non si placano, Milano verrà rasa al suolo.

Seconda giornata. Le barricate

Gli austriaci indicono il coprifuoco. Chiunque verrà sorpreso per strada dopo il tramonto, verrà ucciso dai Kaiserjager (fanteria di montagna) piazzati sulle guglie del Duomo. All’alba tutti i cittadini milanesi ricevono l’estrema unzione. Radetzky può contare su 20.000 effettivi equipaggiati con i migliori fucili. I cittadini possiedono 300 fucili, per lo più anticaglie delle guerre napoleoniche. Decidono di assaltare le armerie private degli aristocratici: ne traggono cimeli di famiglia, alabarde e oggetti di scena.

Arriva il momento di organizzare le difese. Ognuno getta per strada ogni mobile che può essere utilizzato per edificare delle barricate. Dalla mobilia misera delle classi più povere ai sofà pregiati,  dalle sedie ai dipinti di inestimabile valore. Un evento nell’evento: per la prima volta tutte le classi sociali si uniscono e sacrificano tutto per ottenere l’ indipendenza.

Da porta Nuova i soldati armati di mitraglia iniziano a demolire le difese. Arrivati al sesto scaglione però Augusto Anfossi comanda la carica. La gente esce dalle barricate e si avventa contro il nemico con lo spirito di chi non ha nulla da perdere. Incredibilmente gli austriaci arretrano e si rifugiano impauriti dietro le porte. La resistenza è salva.

Terza giornata. Il tricolore issato

Radetzky manda un sottoposto da Carlo Cattaneo, divenuto nel frattempo capo del comitato, per raggiungere un accordo. Cattaneo rifiuta. La folla esulta. Dalla Val Seriana giunge un uomo che sarà poi il primo ministro dell’agricoltura del Regno d’Italia. Luigi Torelli è un uomo abituato a scalare pendii, a camminare nei boschi. Appena giunge in piazza Duomo scorge l’unica cosa che gli ricorda le montagne: le guglie del Duomo. Da uomo pratico ma di intelletto fresco capisce che un gesto simbolico può dare slancio alle battaglie a venire.

Afferra la bandiera tricolore e inizia a scalare la cattedrale. Si inerpica tra le moltitudini di guglie e santi, come tra gli abeti di montagna. Tira giù uno ad uno i fucilieri croati. Arriva fino alla sommità del Duomo e fissa la bandiera. Il tricolore svetta sulla città.

Quarta giornata. La casamatta

I milanesi a corto di armi cingono d’assedio il palazzo del genio, dove si conservano le armi dell’esercito. La costruzione è una casamatta, in pietra, senza finestre, dotata di feritoie dove gli uomini all’interno possono sparare indisturbati. All’apparenza inespugnabile, senza armi d’assedio. Le pallottole dei fucili non la scalfiscono, gli assalti falliscono.

Ad un certo punto gli assedianti notano una figura distesa davanti al palazzo, un moribondo. Mentre decidono se salvarlo o no, notano che in realtà l’uomo sta strisciando verso un punto preciso. Lo riconoscono: è il ciabattino zoppo di porta Orientale. Il ciabattino avanza lentamente, fino ad arrivare al suo desco. Prende una tanica di benzina, striscia fino alla porta della casamatta e le da fuoco. I soldati si accorgono dell’accaduto solo quando il fumo inizia a penetrare dall’ingresso e fuggono verso l’esterno per non soffocare.

Il palazzo del genio è preso. Un’altra vittoria importante. Luigi Anfossi muore nell’assalto e il leader dei ribelli diviene Luciano Manara.

Quinta giornata. La battaglia decisiva

Dopo gli assalti falliti in porta Comasina, porta Romana e porta Ticinese, tutti sanno che le sorti della rivolta dipendono dalla presa di porta Tosa. Porta Tosa è determinante per entrambi gli schieramenti. Per gli insorti si tratterebbe di un varco verso le campagne; per Radetzky la via di fuga verso il lombardo-veneto.

La città si fa teatro; i pittori con i loro cavalletti si appostano in strada, le signore si abbigliano in abiti da gala e osservano la battaglia dai loro balconi. A questo punto entra in scena l’uomo che segna le sorti della guerra. L’ingegner Antonio Carnevali è la mente dietro le strategie difensive di Milano ed è quello che idea le barricate volanti (realizzate dal pittore Gaetano Borgocarati). Le barricate volanti sono dei blocchi di fascine di legno legate tra loro e fatte rotolare dagli uomini nascosti dietro di esse. Si rivelano decisive.

I ribelli avanzano al riparo dei proiettili nemici, finché si portano proprio sotto la porta, che viene conquistata. Radetzky dopo sessant’anni di vittorie è costretto ad informare l’imperatore che la situazione è ormai ingestibile e si ritira. Milano è libera. Da quel giorno porta Tosa venne rinominata porta Vittoria.

Epilogo

Purtroppo sappiamo che prima dell’effettiva indipendenza dovranno passare molti anni. Cosa successe dopo la fuga del maresciallo austriaco? Il comitato di guerra venne sostituito da un governo provvisorio, il quale non sapendo come gestire la vittoria chiese aiuto al re Carlo Alberto di Savoia. Pessima scelta. L’esercito sabaudo era arretrato, non all’avanguardia, con generali grassi e negligenti.

La guerra d’indipendenza si trasformò in una guerra tra sovrani, in cui i Savoia dopo mesi di battaglie si arresero agli Asburgo. La notte successiva alla ritirata di Carlo Alberto, metà della popolazione fuggì dalla città. Radetzky tornò a cavallo trionfante.

Cosa sarebbe successo se i milanesi avessero proseguito la lotta da soli? Non lo sappiamo. L’unica certezza è che l’ardore provato in quei giorni memorabili resterà per sempre nel sangue di tutti i cittadini milanesi.

 



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