22 novembre 2019
Arte

L’arte nelle dittature

Tra repressione e ribellione, l’arte è stata un potente mezzo di comunicazione all’interno dei totalitarismi del Novecento. I regimi hanno utilizzato le differenti espressioni artistiche sia come strumento di glorificazione personale che di propaganda e persuasione dei popoli.

 


Autore : Piera Pastore

Per approfondire l'articolo consigliamo la lettura di
L' arte sotto le dittature
di Mario De Micheli



Fascismo, nazismo e stalinismo hanno piegato l’arte ai loro scopi e alle loro ideologie, usando l’urbanistica, l’architettura, la pittura, la scultura ma anche il cinema e la fotografia. Pur sfruttando in maniera diversa le differenti forme artistiche, in tutti i totalitarismi si possono delineare alcuni temi comuni: il concetto di arte totale, la grandiosità, l’impiego di metafore e simboli del potere assoluto, il culto del capo da un lato e la forza del popolo dall’altro, l’iconografia della velocità, il concetto di ordine, l’idea della classicità.

L’ARTE NEL NAZISMO DI HITLER

Hitler, fin dall’inizio, portò avanti una feroce campagna di repressione contro quell’arte che veniva definita “degenerata”. “Nel 1937 a Monaco – come afferma Claudio Poli, regista del documentario Hitler contro Picasso e gli altri. L’ossessione nazista per l’artevengono allestite due mostre parallele, una, La grande esposizione di arte germanica, per esaltare la pura arte ariana, l’altra, un’esposizione pubblica per condannare e deridere l’arte degenerata, con opere di alcuni tra gli avanguardisti europei“. Sono proprio questi ultimi gli artisti che il Fuhrer bandì dal regime: l’esposizione raccolse 650 opere di 114 artisti, tra cui Chagall, Van Gogh e Otto Dix. Vennero condannate le correnti dell’Espressionismo, dell’Impressionismo, del Dadaismo, della Neue Sachlichkeit, del Surrealismo, del Cubismo e del Fauvismo. In contrapposizione a questo stile estetico che esaltava il realismo delle figure umane scomposte, abbruttite o deformi, il Nazismo prediligeva l’esaltazione della bellezza dell’arte classica, la sola arte di Stato, pulita e rassicurante. Infatti, l’arte, come lo sport, doveva rappresentare un tipo fisico ariano, rigettando ogni deformità e ogni sperimentalismo tecnico per rendere le immagini più comprensibili alla massa. L’esposizione sottolineava come tutta l’Europa fosse pervasa da quest’arte “corrotta”, che celebrava il brutto e si allontanava sempre più da quella che avrebbe dovuto essere la vera – secondo il pensiero Hitleriano – funzione dell’arte: la celebrazione della grandezza della Germania e del suo popolo ariano. Solo la Germania poteva invertire questa tendenza e risanare l’arte tornando a quel classicismo celebrativo dei fasti nazionali che Hitler proponeva come modello.

Proprio l’arte ebbe un ruolo fondamentale nella propaganda nazista; nel 1933 Hitler istituì il Ministero della Propaganda alla cui guida pone Joseph Goebbels. Il Ministero ebbe l’obbiettivo di uniformare la cultura tedesca ed allinearla al pensiero Nazista o meglio, metterla al suo servizio.

L’arte dunque, plasmata attraverso la propaganda, fu diffusa fra i tedeschi in modo capillare con lo scopo di creare quella mentalità che rese possibile l’Olocausto; mentalità alla cui base era stato costruito un forte senso di orgoglio e solidarietà nazionale e un profondo antisemitismo. L’arte doveva rappresentare il “bello” e il “pulito” e la missione di creare una nuova estetica era alla base dell’ideologia nazista che aveva come obiettivo finale quello di creare un nuovo mondo più bello, puro, sano, pulito.

Un tragico esempio ne è il documentario di presentazione del gas Zyklon B che sarebbe poi stato usato nelle camere a gas e che veniva indicato come un “potente ed efficace antiparassitario” che in pochissimo tempo avrebbe potuto eliminare quei tarli che distruggono i bei oggetti dei tedeschi (e l’esempio indicato era una scultura lignea).

L’arte di regime nacque su indicazioni chiare e semplici dettate dalla Camera di cultura del Reich che garantì una certa uniformità stilistica a tutte le opere d’arte. L’arte che diffuse il regime nazista era improntata sulla figurazione con toni retorici e classicheggianti.

Il Nazismo, inoltre, si servì molto di architetture grandiose e di sculture monumentali: si tratta di opere che personificano gli ideali del partito nazional socialista. Il gigantismo di architetture e sculture creavano nel popolo un forte senso di appartenenza a una grande nazione vincente e queste sculture monumentali, in particolare, sottendevano l’idea del popolo compatto e allineato come un sol uomo. Gli scultori ufficiali furono Josef Thorak e Arno Breker.

Se tutti i totalitarismi hanno strumentalizzato l’arte ai fini di propaganda nessun regime come quello nazista ne ha fatto un credo, l’oggetto di una depravata missione di rinnovamento della Germania in nome della purezza e della bellezza.

L’ARTE NEL FASCISMO DI MUSSOLINI

Anche Mussolini utilizzò l’arte per fini propagandistici ma si comportò in maniera diversa rispetto a Hitler. Il Duce e le maggiori cariche del governo si resero, fin da subito, conto di due obiettivi molto importanti da raggiungere: coinvolgere gli intellettuali nel proprio programma politico e, soprattutto, coinvolgere gli intellettuali più giovani. Per conquistare il loro consensom il regime fascista istituì innumerevoli premi e rassegne di ordine provinciale, regionale, interregionale e nazionale. Dalla Quadriennale di Roma alla Biennale di Venezia agli artisti del tempo non mancarono le occasioni per farsi conoscere ed esporre. Naturalmente, la censura e il controllo sui mezzi di comunicazione e informazione, così come sull’arte, non mancarono nel fascismo ma, soprattutto nei primi anni, la sapiente politica culturale di Mussolini portò gli intellettuali a sostenere di vivere sotto un “regime di libertà” che rispettava l’individualità e l’autonomia della coscienza.

Mussolini e il suo ministro della cultura Giuseppe Bottai continuarono a sopportare il Futurismo senza censurarlo, ma lo isolarono in favore del gruppo Novecento; il movimento fu sostenuto dalla critica d’arte Margherita Sarfatti che nel 1926 organizzò a Milano un’esposizione composta da opere di più di cento artisti contemporanei. Tra questi ricordiamo Carlo Carrà, Antonio Donghi, Felice Casorati, Giorgio Morandi, Fortunato Depero, Gino Severini, Mario Sironi, Arturo Martini, Leonardo Dudreville.

Gli artisti di Novecento ebbero come punto di riferimento l’antichità classica, mirando a composizioni armoniose, lontane dalle sperimentazioni avanguardistiche dei futuristi, improntate a una serena purezza. Il Novecento, però, non fu una vera e propria “arte di regime”, nonostante fu largamente appoggiata da Mussolini, il quale presiedeva ufficialmente alle esposizioni del gruppo.

Costituirono invece la vera “arte di stato” le monumentali opere murali che decorano le pareti e le facciate dei grandi edifici del periodo fascista. L’artista più importante in questo ambito fu Mario Sironi, il quale progettò opere di imponenti dimensioni e con chiari intenti propagandistici, e nello stesso tempo di alto valore artistico.

In contrapposizione al gruppo Novecento, nel 1938 nacque la rivista Corrente composta da un gruppo di intellettuali, guidati da Ernesto Treccani, che cercavano un’alternativa al linguaggio artistico imposto dal regime. Il fermento artistico di Corrente si concretizzo anche con due esposizioni nel marzo e nel dicembre del 1939 alla Permanente, che videro la partecipazione di artisti quali Carlo Carrà, Renato Birolli, Raffaele De Grada e Giacomo Manzù, e nel 1940 (nella seconda edizione sono presenti anche Renato Guttuso, Mario Mafai, Lucio Fontana, Fausto Pirandello).

Il 10 giugno 1940, mentre l’Italia entra in guerra, la rivista viene soppressa dalla polizia, ma i giovani di Corrente non si avviliscono né si disperdono, ma trovano nuove forme per promuovere la cultura.
L’ARTE NELL’UNIONE SOVIETICA DI STALIN

Con Stalin gli slanci delle avanguardie degli anni Venti vennero gradualmente repressi verso un’arte più assoggettata al conformismo dominante, nella celebrazione del dittatore e degli eroi del passato. Anche Stalin, come Hitler e Mussolini, capì l’importanza che poteva avere l’arte nell’ambito della propaganda di regime. Stalin azzerò qualsiasi tendenza uscisse dalla linea, tracciata da lui stesso e tutelata dal fedele Zdanov, della cultura “al servizio del popolo, del partito e della causa socialista”. Tra i capisaldi dell’arte promossa da Stalin c’erano la campagna contro il formalismo in nome di un’arte proletaria e del realismo socialista, i dipinti di Aleksandr Deineka che esaltavano il lavoro e la fatica quotidiana, le fotografie di Rodchenko, i manifesti celebrativi per illustrare al popolo “il Paese più felice del mondo”, i padiglioni dell’URSS alle esposizioni internazionali e le stazioni della metropolitana.

In questo contesto si sviluppò il movimento del Realismo socialista, nato nel 1934 con lo scopo di avvicinare l’espressione artistica alla cultura delle classi proletarie e celebrare il progresso socialista. Il portavoce di questo movimento per tutta l’epoca staliniana fu Andrej Ždanov, che, esasperando il concetto leninista di partiticità, legò direttamente la sovrastruttura dell’arte alla struttura economica. Lo zdanovismo si tradusse in arte con immagini edulcorate della società, dove il lavoro coincideva con la felicità, come nell’opera Pane di Tat’jana Jablonskaja. Il realismo socialista fu la vera e propria arte di regime delineata e approvata dal Stalin: romanzi, manifesti e dipinti dovevano esprimere ottimismo e presentare l’URSS come il “Paese più felice del mondo”, all’interno del quale ciascun lavoratore offriva con gioia ed entusiasmo il suo contributo alla costruzione del socialismo.

Negli anni del Terrore, pittori di regime erano Isaak Brodskij, autore de La cerimonia di apertura del II congresso della III Internazionale, e Sergej Gerasimov, che anche a parole sintetizzò bene l’arte dell’epoca: “socialista nel contenuto e realista nella forma”. In questo periodo, la trasformazione urbanistica di Mosca divenne uno dei veicoli più eloquenti della propaganda stalinista: fu costruita la metropolitana decorata da affreschi e mosaici che celebravano la rivoluzione e i suoi capi. Anche il cinema ebbe un ruolo rilevante nella costruzione del culto di Stalin: numerosissimi furono i film che ebbero Stalin come protagonista, tra cui il famoso La caduta di Berlino, in cui tutte le vittorie raggiunte dall’Unione Sovietica vengono attribuite al genio del dittatore.



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