19 settembre 2019
Cinema

“La ragazza senza nome” dei fratelli Dardenne

Il malessere di una società incapace di gestire le contraddizioni legate alla mancata integrazione degli strati più poveri del suo tessuto umano

 


Autore : Carlo Cerofolini

La crisi di coscienza del mondo occidentale: “La ragazza senza nome” dei fratelli Dardenne

Quando nel 1996 Jean-Pierre e Luc Dardenne realizzano “La promesse” il Belgio è ancora una nazione senza una precisa riconoscibilità che non sia quella determinata dalla presenza di importanti e prestigiose organizzazioni internazionali (dalla NATO alla Comunità europea) e che però nulla hanno a che fare con le tradizioni culturali e politiche del paese. Queste ultime, tirate in ballo e portate allo scoperto solamente quando si tratta di spiegare eventi straordinari e drammatici come quello scoppiato all’indomani della cattura di Marc Dutroux, capace di sollevare il velo sui peccati di una comunità riflessa nella corruzione morale di una classe dirigente colpevole nello specifico di aver coperto la rete di pedofilia collegata ai delitti commessi dall’arrestato. Siamo ancora lontani dagli eventi collegati all’esplosione del terrorismo islamico e dagli attentati che colpendo il cuore del vecchio continente scoperchiano il malessere di una società incapace di gestire le contraddizioni legate alla mancata integrazione degli strati più poveri del suo tessuto umano; questioni ereditate negli anni dell’espansionismo coloniale con cui l’opera dei fratelli Dardenne si confronta attraverso una prefigurazione perfettamente il linea con gli sviluppi successivi.

Narrazioni profetiche 

Non deve stupire quindi che in un confronto serrato con le proprie origini il cinema dei fratelli Dardenne si trovi oggi ad affrontare il contraccolpo che scaturisce dal vedersi espropriato della sua qualità più importante e originale, consumata quasi del tutto da una realtà che dopo anni di inseguimenti e tragiche conferme è riuscita a colmare il divario da quella preannunciata dai registi attraverso i loro film. “La ragazza senza nome” appena passato nelle sale italiane dopo aver figurato senza particolari clamori nel concorso ufficiale dell’ultimo festival di Cannes calza a pennello con simili considerazioni in ragione di una storia che a differenza di quelle più intime e personali dei due lavori precedenti (“Il ragazzo in bicicletta” e “2 giorni, 3 notti”) sembra volersi riallacciare agli scenari e ai temi degli esordi e, in particolare, a un film come la “La promesse”, il lungometraggio che rivelò al pubblico europeo il valore dei due autori. Anche in “La ragazza senza nome” infatti a dominare il campo sono due fattori destinati per antonomasia a caratterizzare le vicende dei loro film. Il primo è  costituito dall’ambiente in cui si muovono i personaggi: qui il discorso si fa pregno di significati in quanto, lungi dall’essere semplice fondale la topografia urbana filmata dai registi è destinata a fare da protagonista della vicenda in virtù di una “stilizzazione” (concetto paradossale per un film dei Dardenne ma appropriato alla trasfigurazione del reale operata dagli autori) in grado di rendere senza mascheramenti ne sovrastrutture i diversi elementi della componente sociale, colti nei particolari di  un melting pot esplorato attraverso le vicissitudini di Jenny Davin (la Adèle Haenel di “The Fighters – Addestramento di vita”) la giovane dottoressa costretta a rivedere la propria vita e le ambizioni di una carriera che si annuncia fulgida e promettente proprio a causa del contatto con il mondo sommerso rappresentato dall’immigrazione clandestina che era stato già al centro della vicenda raccontata ne “La promesse” e che “La ragazza senza nome” rimette sotto la lente di ingrandimento adottando un punto di vista – quello di Jenny, appartenente alla classe borghese medio alta – partecipe per forza di cose ma comunque esterno, quasi a voler segnare visivamente il risultato delle politiche occidentali che nel corso degli anni hanno sperato di risolvere la questione ghettizzando le migliaia di indesiderati all’interno di sobborghi dormitorio sul modello di quelli offerti dalle Banlieu parigine (frequentate dal cinema con titoli come “L’odio” di Mathieu Kassovitz  e “Dheepan – Una nuova vita” di Jaques Audiard)  e di quello tristemente famoso di Molenbeeck, nei pressi di Bruxelles. Detto che ancora una volta a risultare fondamentale è una messinscena che all’insegna di un realismo tutt’altro che ortodosso scarnifica il quotidiano attraverso una desertificazione del paesaggio cittadino volta a far risaltare il comportamento dei personaggi e soprattutto le conseguenze delle loro scelte (morali), “La ragazza senza nome” certifica il senso di scoperta che informa l’intera cinematografia dei cineasti mediante un’esplorazione del reale esaltata dalla detection messa in piedi dalla ragazza per dare un nome al cadavere della donna ritrovato a poca distanza dal luogo dove lei lavora.

Del senso di colpa e del rigore perduto 

E qui veniamo al dunque, perché se da un lato le sequenze iniziali – quelle che vanno dalla scena in cui Jenny con la scusa di essere fuori servizio decide di non aprire la porta alla sconosciuta che la implora di farla entrare, al momento in cui viene assalita dal rimorso per aver scoperto che la ragazza morta è la stessa a cui aveva negato la possibilità d’asilo – forniscono lo spunto narrativo su cui si regge l’intera trama, dall’altro quei primi minuti portano in seno il tema cardine della poetica Dardenniana rappresentato dal senso di colpa della protagonista. Un sentimento incarnato dalla disperata testardaggine – testimoniata dal superamento degli ostacoli rappresentati dal divieto intimatogli della polizia e dalle minacce della banda di malavitosi preoccupati di vedersi collegati alla vicenda – con cui Jenny conduce l’investigazione, inserita dai Dardenne all’interno di una cornice laica e materialistica priva – come sempre accade nelle storie dei registi – di orizzonti religiosi o comunque trascendenti. Una considerazione, quest’ultima, non sufficiente a esaurire i significati conseguenti al modus operandi della protagonista che nel suo viaggio esistenziale da vita a un percorso di espiazione che si compie paradossalmente proprio attraverso quel sacrificio personale e quello spirito di rinuncia che sono concetti fondamentali del catechismo cattolico. Sotto questa prospettiva la trasformazione della linea morale adottata da Jenny e soprattutto il suo porsi nei confronti del prossimo con cuore aperto e misericordioso dopo essere stata in qualche modo artefice delle sue sfortune è un’altra della caratteristiche che mette “La ragazza senza nome” in corrispondenza  con il cinema delle origini: a cominciare dalle  similitudini narrative e contenutistiche con il già citato “La promesse” in cui il giovanissimo protagonista dopo aver assistito impotente alla morte di un operaio africano tradisce l’alleanza con il padre aguzzino e sfruttatore per aiutare la vedova a sfuggire alle grinfie del genitore; e ancora con “Rosetta” dove la protagonista dopo aver rubato il posto di lavoro al ragazzo che gli aveva offerto l’occasione per emanciparsi dalla propria miseria finisce per licenziarsi non riuscendo a reggere il peso di quel tradimento; per non parlare della follia della giovane albanese che ne “Il matrimonio di Lorna” perde letteralmente il senno per essersi fatta coinvolgere nell’uccisione del ragazzo sposato per ottenere la cittadinanza belga. E si potrebbe proseguire perché di certo gli esempi non mancano ma quanto abbiamo appena scritto basta per dimostrare almeno due cose e cioè che “La ragazza senza nome” pur confermando la capacità dei Dardenne di creare personaggi dai quali si fa fatica a staccarsi non possiede le doti profetiche che erano state dei film appena citati. A dimostrarlo c’è la tendenza del film a mettere in campo un’archeologia cinematografica che pesca  – nella maniera appena menzionata –  temi, ambienti e dinamiche relazionali descritti e approfonditi quando a metà degli anni novanta i danni della new economy e dell’edonismo reganiano non suscitavano ancora l’interesse dell’opinione pubblica e che invece raccontate- come succede in questo caso – a cose già accadute assumono le sembianze di una cronaca romanzata dell’immaginario corrente, utile a rinvigorire la fama dei Dardenne come registi schierati dalla parte dei più deboli ma lontana dal contribuito esegetico fornito con i lavori sopra menzionati.  Senza la sua qualità primaria la narrazione Dardenniana ne esce indebolita soprattutto quando si tratta di costruire la metafora innescata dalla determinazione della protagonista che a dispetto del disinteresse generale si ostina a voler attribuire un nome e un cognome alla sconosciuta che ha bussato alla sua porta, chiara allusione alla necessità di restituire dignità alle migliaia di clandestini che perdono la vita nel tentativo di sfuggire alla miseria dei propri paesi. Se, in aggiunta, consideriamo la debolezza dell’impianto investigativo messo in piedi da Jenny, viziato nella sua organizzazione interna da processi logici troppo costruiti per essere verosimili, “La ragazza senza nome” si consegna a un determinismo meno rigoroso di altre occasioni e tale da non riuscire a trasformare in frammenti di senso l’inarrestabile attivismo della volitiva protagonista, la cui ipertrofica voglia di fare – tipica dei personaggi dei Dardenne – riesce solo in parte a diventare l’essenza delle cose.



Navigando sul nostro sito accetti la privacy policy. Il sito utilizza i cookie di terze parti per profilare gli utenti