Storia

L’uomo, un animale (a)sociale?

Un essere umano, secondo Aristotele, svela la propria reale essenza di uomo solo se appartiene (ad un gruppo, ad una società, ad una comunità) e dunque solo se si sente parte di qualcosa di più grande di lui.

 


Autore : Sara Caon

ζῷον πολιτικόν, lo chiamava Aristotele nella Politica. Ossia: animale sociale. Signori e signore, ecco a voi l’uomo, uno strano essere che, secondo il notissimo filosofo greco, non è costituzionalmente fatto per stare da solo, perché nella sua propria natura predomina l’istinto sociale, cioè l’istinto alla condivisione, alla compagnia, all’amicizia, alla collaborazione. L’isolamento, l’indipendenza (ma non l’autonomia, che per il pensatore greco dell’Etica è un concetto positivo e, soprattutto, etico poiché sottende una scelta: quella di agire secondo ciò che è giusto, senza condizionamenti esterni) non sono dunque qualità che apparterrebbero all’uomo, né che ne farebbero la sua felicità (εὐδαιμονία). Un essere umano, secondo Aristotele, svela la propria reale essenza di uomo solo se appartiene (ad un gruppo, ad una società, ad una comunità) e dunque solo se si sente parte di qualcosa di più grande di lui.

È, quello di sentirsi parte di qualcosa di più grande, un istinto che alcuni poi hanno dichiarato “primario” (Wilfred Trotter, nei primi del ‘900, lo ha chiamato gregariousness ed affiancato al bisogno di nutrirsi, di autoaffermarsi e di avere una vita sessuale attiva) e che altri hanno collegato ad un sentimento di potenza che appare solo nel gruppo e che il singolo non potrebbe mai provare (Gustave Le Bon). Eppure, ogni gruppo è formato da individui singoli che, stando assieme, sviluppano relazioni e condividono qualcosa: foss’anche solo il tempo. Pertanto, un gruppo è formato da individui che hanno delle caratteristiche in comune, dalla mera condivisione di uno spazio temporale o fisico alla più raffinata (chiamiamola così) condivisione di idee, interessi, ideali, scelte, regole.

Fin dalla nascita, fin dai primordi della vita stessa, l’uomo è parte di qualcosa e di qualcuno altro: anzitutto, il bambino è parte della sua mamma, ne è proprio una parte fisica, prominente, evidente. Quando se ne stacca (o ne viene staccato) vi è una lacerazione, un trauma che sente sia il bambino sia la sua mamma: ciò che era uno diventa due (la filosofa Francesca Rigotti lo chiama di-viduo, affermando provocatoriamente che, allora, non esistono in-dividui, ma siamo tutti di-vidui, perché tutti nasciamo di-videndoci da qualcosa, cioè le nostre mamme). Ogni essere umano, poi, crescendo fa esperienza di gruppi: dalla famiglia, alla classe, alla scuola, alla squadra, alla via/rione/contrada dove si trova la propria abitazione, al coro, all’orchestra, alla comunità parrocchiale, al negozio di riferimento, al comune di appartenenza, alla regione, all’etnia, al Paese, e via via sempre più in grande. Ogni persona appartiene, di fatto, ad un gruppo e vive cercando di abituarvisi ed adattandosi, poco alla volta, cercando al contempo il gruppo a sé più congeniale e nel quale poter esprimere al meglio la propria in-dividualità.

Come non citare, poi, nel nostro complicato XXI secolo, il sentimento di appartenenza e connessione che, dapprima la globalizzazione e poi internet, hanno permesso e stanno permettendo a (quasi) tutti di sperimentare? Esperienze sconvolgenti entrambe, che sussurrano all’uomo dal momento in cui si sveglia al momento in cui si corica che… non-è-mai-solo. Ognuno di noi non può più far finta che ciò che accade in India non ci tocchi in Italia, o che il rifiuto gettato in Italia non abbia effetti in Africa. Siamo tutti, dall’Alaska all’Australia, intimamente connessi perché condividiamo un villaggio globale finito e limitato. Ed internet ha fatto scoprire più o meno a tutti, ad alcuni di più ad altri meno, che è bello-cool-necessario-vitale condividere i propri pensieri, le proprie posizioni, i propri post, le proprie foto, etc. I social, le chat, i gruppi Whatsapp hanno radicalmente modificato il comportamento umano (e, c’è chi si azzarda a dire, anche le connessioni neuronali del nostro cervello). Eppure, sotto, cosa c’è? Cosa ci accomuna alle nostre nonne che facevano filò? Cosa ci accomuna a Ötzi, la mummia di oltre 5000 anni esposta a Bolzano, o a Lucy, l’ominide datato 3 milioni di anni fa scoperto in Etiopia negli anni ’70? Il bisogno, atavico ed universale, di condividere. Secondo Marvin Harris, tale bisogno sarebbe un tratto distintivo ed universale della specie umana: la condivisione dei beni, infatti, per la specie umana è durata molto più a lungo della proprietà privata.

Per finire: «si può pensare solo tra amici», diceva Socrate. Solo nel momento cioè in cui le persone si mettono in relazione esiste la possibilità di esprimersi, di raccontarsi, di pensare, di confrontarsi, discutere, litigare. Anche lo scontro, pertanto, è una relazione e mette in relazione. In questo senso, anche chi viene definito “a-sociale” vuole comunicare un messaggio alla cosiddetta “società”. Siamo quindi, tutti, volenti o nolenti, parte di un romanzo, così come dice Anne Ancelin Schützenberger: «siamo tutti prigionieri di un’invisibile ragnatela di cui siamo anche gli artefici». Ci riconosciamo solo a partire dal riconoscimento di ciò che io non sono (non sono lui/lei) e di ciò che gli altri non sono (non sono me). Al contempo, ci riconosciamo in molto di ciò che gli altri sono (sono simili a me). In questo affascinante e oscillante binomio è compresa tutta la nostra esistenza e la nostra storia di uomini.

FONTI:
– Aristotele, Politica
– Aristotele, Etica Nicomachea
– W. Trotter, Instincts of the herd in peace and war, 1916
– G. Le Bon, Psicologia delle folle, 1895
– F. Rigotti, Partorire con il corpo e con la mente. Creatività, filosofia, maternità, 2010
– M. Harris, La nostra specie, 1991
– A. A. Schützenberger, La sindrome degli antenati, 1998



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