numero 19
10 febbraio 2019
Natura

L’olio di palma e le sua pericolosità

L'olio di palma è un olio vegetale che si ottiene spremendo i frutti delle palme africane, americane o maripa. Allo stato naturale, l'olio è rosso e ha l'86% di grassi saturi. L'olio è usato sia dalle popolazioni locali, sia dalle industrie, perché costa poco ed è facile da raffinare.

 


Autore : redazione_consecutivo


L’olio subisce una raffinazione prima di essere usato nell’industria. La prima fase è il frazionamento, dove si divide la parte solida da quella liquida dopo aver prima cristallizzato l’olio di palma grezzo o rosso. Poi, si eliminano le impurità in tre passaggi diversi e alla fine si sbianca l’olio di palmaL’olio raffinato non è l’unico olio di palma esistente, ma è il più usato nell’industria alimentare, dove va a sostituire i grassi idrogenati e il più costoso olio di oliva nella preparazione degli alimenti, che vanno dal burro, alla cioccolata, alle merendine, alle marmellate, ecc. In futuro, si pensa di usare l’olio di palma anche come carburante, in sostituzione del biogas.

Come si ottiene
Per avere l’olio di palma, è necessario avere un terreno esteso solo per la coltivazione. Poi, serve manodopera che raccolga i frutti e li sappia lavorare a livello industriale. Infine, serve personale specializzato per ottenere l’olio raffinato, che verrà poi esportato alle nostre industrie e usato per i prodotti alimentari.
Se, da un lato, questo ha aumentato i posti di lavoro in alcune zone sottosviluppate dell’Asia, del Sud America e del Sud Africa, dall’altro lato alcune popolazioni contrarie alla coltivazione non sono state interpellate e si è provveduto a sfruttare l’ambiente per ottenere più olio possibile. Attualmente, il mercato dell’olio di palma produce circa 48 milioni di tonnellate.

Come riconoscere i prodotti con l’olio di palma
Oggi i prodotti dove si trova l’olio di palma si possono riconoscere. In etichetta, le aziende che prima mettevano in forma generica “oli vegetali”, ora sono costrette a usare la formula di “olio di palma” negli alimenti dove c’è l’olio, ma non è indicata la lavorazione. Questi dipende dalla nuova legge europea, che nel 2014 ha stabilito le nuove diciture in etichetta. Le industrie, di solito, usano l’olio di palma raffinato, che perde tutte le proprietà benefiche dell’olio di palma, come il betacarotene.
Sull’etichetta, quindi, troverai scritto: “olio di palma in proporzione variabile” se l’alimento contiene questo olio, oppure “Senza olio di palma” se non lo contiene. Basta guardare l’etichetta per essere al sicuro dall’olio di palma, pericoloso per la salute e per l’ambiente. L’olio di palma non va confuso con l’olio di palmisti, che, invece, viene prodotto utilizzando i noccioli della sola palma africana. Anche quest’olio è riportato in etichetta con la dicitura “Olio di palmisti”.

La deforestazione e l’olio di palma
L’olio di palma è tra le cause della deforestazione, soprattutto in alcune zone dell’Africa. Per coltivare le palme, si eliminano piante utili per l’ecosistema e gli animali che si nutrivano di queste piante eliminate rischiano di scomparire. Solo in Indonesia, sono 6.02 i milioni di ettari persi per la coltivazione dell’olio per l’industria. Si tratta di foresta che non è più possibile ripiantare e di quel “Polmone della Terra” che genera ossigeno e che rischia di aumentare l’anidride carbonica nell’atmosfera. In più, per preparare il terreno alla coltivazione delle palme, si fa un particolare drenaggio e le piante della foresta vengono direttamente bruciate per evitare che ricrescano accanto alle palme.

Conseguenze per il clima
Rispetto ad altre piante, le specie di palme usate per l’olio aumentano l’effetto serra. Questo significa un clima più caldo, quindi maggiore siccità e aumento dei mari, perché i ghiacci perenni dei Poli si sciolgono. In più, rischiano di scomparire alcune specie animali e alcuni tipi di piante. Infine, sulla salute umana, maggiore caldo significa aumento di malattie come tumori e malattie tropicali, oltre ai danni agli occhi e alla pelle. L’olio di palma, quindi, è pericoloso sia per la salute che per l’ambiente e, nonostante la normativa che impone alle industrie di utilizzare solo una certa parte di terreno per la coltivazione, i numeri rischiano di peggiorare. Si pensa che nel 2020 le 48 milioni di tonnellate potrebbero raddoppiare per via della richiesta industriale.



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