22 novembre 2019
Letteratura

Il senso di Rainer Maria Rilke per Dio

Il senso di Dio in Rilke è confuso, è pieno di domande, alcune delle quali riecheggiano senza risposta ancora oggi. Dalla carta, sale la sua personalissima preghiera, un messaggio che voglio ricordare con uno dei versi più intrinsecamente meravigliosi della letteratura europea; si tratta di “Autunno”, una Poesia che descrive forse un autunno dell’anima, ma lascia accesa nelle sue parole una speranza indefessa.

 


Autore : Maria Grazia Roversi

Una storia di ricerca
La storia poetica di Rainer Maria Rilke è una delle più emblematiche del periodo che Rilke stesso simboleggia, quello del Decadentismo. Bambino infelice prima, militare poi, studente di legge e quindi innamorato di una intellettuale di quindici anni più vecchia di lui, Rilke scrive le sue prime poesie quando già aveva perso la verginità della giovinezza. Educato alla religione cattolica, all’età di 14 anni si ribella, in cerca perenne di senso profondo. Nel 1894 scrive “Vita e Canti”, nel 1899 “Per la mia Gioia”.

Dolcezza, lentezza, nostalgia…
Con “Viaggio Fiorentino” inizia la sua maturità più piena, assieme al magico “Libro d’Ore” scritto dopo un viaggio in Russia nel quale ebbe modo di incontrare anche il grande Tolstoj. Il picco poetico arrivò, però, dopo un periodo di sonno artistico con le “Elegie Duinesi” e “Sonetti ad Orfeo”. Qui Rilke raggiunge, son pochi i dubbi in merito, il più alto picco della sua vena artistica e poetica. Qui tocca il colmo della solitudine e della nostalgia, della lentezza, della dolcezza. Rilke è prima di tutto un Poeta della lentezza e della nostalgia. Ma nostalgia di cosa?

La ricerca di un Essere Supremo
Scorrendo i versi di Rilke, si è assaliti da una sensazione simile al tepore: come se il Poeta fosse in grado di scagliare il suo lettore in un mondo parallelo, fatto di suoni suggeriti. Il picco della Poesia di Rilke sta nella sua dolcezza terminologica ma anche nella ricerca, incessante, mai terminata, della Verità, di un Essere supremo che nella sua sensibilità avvertiva esserci, ma non sempre presente. Nelle “Elegie Duinesi”, Rilke ritorna all’idea di un Dio, quasi teneramente. Nelle sue Elegie viene nominato il nome di Dio, ma solamente tre volte. L’eco di una ricerca profonda, a tratti rabbiosa, altre volte riflessive, emerge prepotente dalla preghiera-poesia.

Terra, ciò che vuoi non è questo: risorgere
Invisibile in noi? – Non è questo il tuo sogno:
essere una volta invisibile? – Terra! Invisibile!
Che mai, se non metamorfosi, è il tuo imperativo incalzante?

Il senso di Dio in Rilke è confuso, è pieno di domande, alcune delle quali riecheggiano senza risposta ancora oggi.
Dalla carta, sale la sua personalissima preghiera, un messaggio che voglio ricordare con uno dei versi più intrinsecamente meravigliosi della letteratura europea; si tratta di “Autunno”, una Poesia che descrive forse un autunno dell’anima, ma lascia accesa nelle sue parole una speranza indefessa.

Cadon le foglie. Cadono da lungi
come fioccando da remote selve
che avvizziscan pei cieli. Ed è nell’atto
quasi una volontà di annientamento.

Lungo le notti, la Terra, pesante
cade, dagli astri, nella solitudine.
Tutti cadiamo. Questa mano cade,
Guardati intorno; e tutto, intorno cade.

Ma uno spirito c’è, che questo immenso
universo cadere, entro le mani,
con insonne pietà, regge ed eterna.



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