numero 19
10 febbraio 2019
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La catena di montaggio: tra innovazione e conflitti sociali

La catena di montaggio è stata una delle più straordinarie e rivoluzionarie innovazioni tecnologiche che cambiò la storia del Novecento e gli sviluppi successivi del sistema industriale. Fortemente criticata da molti, come Charlie Chaplin nel film “Tempi Moderni”, ha ad ogni modo trasformato in maniera radicale la società moderna, introducendo il modello capitalistico dei consumi.

 


Autore : Piera Pastore


Siamo alla fine del 1800 quando l’ingegnere Frederick Taylor (1866 – 1915) cambia il modello di organizzazione scientifica del lavoro all’interno delle industrie statunitensi. L’economia sta conoscendo un forte periodo di espansione e, proprio in questo scenario, Taylor inizia a studiare un sistema per aumentare la produttività dell’industria manifatturiera: ogni mansione viene analizzata e ogni movimento compiuto dagli operai viene scomposto in parti più semplici e cronometrato. Un ciclo di lavorazione che prima veniva portato avanti da un singolo lavoratore ora viene frazionato in più fasi e affidato a più persone, divenendo in questo modo più veloce. I macchinari diventano decisivi nella produzione e all’operaio non viene più richiesta nessuna particolare specializzazione. Questo graduale svilimento del lavoro produce, però, un crescente aumento della conflittualità sociale, già molto alta nei lavoratori di fine Ottocento. Ma, secondo Taylor, anche il singolo operaio può trarre vantaggio da questo nuovo sistema di produzione industriale in quanto, aumentando la produttività della fabbrica aumenta di conseguenza anche il profitto generale e, quindi, anche i salari dei lavoratori.

Purtroppo però, nonostante l’idea di Taylor fosse una straordinaria innovazione in termini di riduzioni dei costi di produzione e aumento degli utili, la meccanizzazione del lavoro umano attraverso ritmi sempre più serrati e concitati, inizia ad addurre seri danni psicologici, fisici e sociali agli operai, i quali non sono più liberi nello svolgimento delle proprie mansioni. Infatti, già nel 1911, i braccianti dell’Arsenale Federale Watertown decidono di scioperare contro l’utilizzo del cronometro in fabbrica; ne nasce un’inchiesta portata avanti dal governo americano sul modello dell’impresa Taylor, che porterà ad eliminare questo sistema produttivo dall’Arsenale di Watertown perché ritenuto privo di efficacia e dannoso per i lavoratori.

Quello che gli storici definiscono Taylorismo, fu comunque più un tentativo che una razionalizzazione vera e propria dell’intero processo produttivo. Sarà, infatti, Henry Ford (1863 – 1947) a tradurre in maniera empirica le teorie e i principi di Taylor.

Henry Ford

Henry Ford

Nel 1913 Ford introduce nella sua omonima fabbrica di automobili la catena di montaggio. Siamo di fronte ad una delle più radicali trasformazioni del mondo dell’industria e della società nel suo complesso, che aprì la strada allo sviluppo della cosiddetta “società di massa” e al modello capitalistico dei consumi. La catena di montaggio, infatti, è ritenuta, come afferma Domenico De Masi, Professore di Sociologia all’Università La Sapienza di Roma, “simbolo della moderna fabbrica e della moderna produzione di massa, con tutte le sue contraddizioni“.

Nello specifico, la linea di montaggio è un “sistema di produzione costituito da un nastro, definito nastro trasportatore, sul quale scorrono parti componenti o semilavorati secondo tempi prefissati e sincronizzati. L’assemblaggio è compiuto nelle stazioni di montaggio distribuite lungo la catena e presidiate da uno o più lavoratori” – Enciclopedia Treccani

Ford inserisce in tutti i suoi stabilimenti la catena di montaggio, arrivando alla nascita della famosa “Ford modello T”, una delle prime automobili a costi contenuti e accessibile a larghi strati della popolazione. Grazie a questo nuovo sistema, la produzione e, di conseguenza, l’economia cambiano in maniera radicale: aumenta sensibilmente il numero di automobili immesse sul mercato, diminuendo drasticamente nello stesso momento il prezzo finale del prodotto; si conta, infatti, che nel 1912 l’industria Ford produsse circa 82 mila automobili mentre nel 1916 la produzione arrivò ai 600 mila pezzi; addirittura nel 1924 si arrivò al record di 9109 automobili prodotte giornalmente. Naturalmente anche i tempi di produzione si riducono da 12 ore e mezza a 2 ore e quaranta e poi a meno di 2 ore, ottenendo così una produzione di massa di prodotti sempre più omogenei.

Grazie proprio a questo ampliamento, Ford raddoppia il salario medio dei propri operai a cinque dollari al giorno, riducendone l’orario di lavoro a otto ore. I lavoratori diventano, così, possibili acquirenti delle macchine che contribuiscono a costruire.

Con il Fordismo e la produzione di massa si innesca quel circuito che sarà alla base della travolgente e inarrestabile evoluzione del sistema capitalistico del Novecento.

Il primo passo innanzi nell’opera di montaggio avvenne quando s’incominciò a portare il lavoro agli operai e non gli operai al lavoro. Ora in tutta la nostra lavorazione noi ci atteniamo a due massime: che un operaio, se possibile, non abbia mai da fare più di un passo, e che egli non abbia bisogno di distrarsi dal ritmo del suo lavoro col piegarsi a dritta e a sinistra” – Henry Ford

Le perplessità, però, non mancano: molte furono, infatti, le teorie che criticarono aspramente il modello della catena di montaggio. A partire da Marx fino ad arrivare a Gramsci, in molti sostennero che il lavoro altamente ripetitivo era la causa di una vera e propria alienazione della psiche dei lavoratori, annessa ad ulteriori problemi fisici e motori.

Il regista e attore Charlie Chaplin fu il primo a portare all’attenzione delle masse il problema dell’alienazione provocata dalla linea di montaggio con il film “Tempi Moderni” (proiettato per la prima volta nel 1936 a New York), criticando aspramente la società consumistica, colpevole della spersonalizzazione dell’operaio e in più in generale dell’essere umano. Il film, scritto, diretto, interpretato e prodotto dallo stesso Chaplin, vede come protagonista Charlot, un operaio con il compito di stringere i bulloni in una catena di montaggio. Il suo lavoro è massacrante e le infinite ore passate in fabbrica a svolgere la medesima attività in maniera meccanica lo portano ad impazzire, finendo in manicomio.

Charlie Chaplin

I macchinari che consentono di risparmiare manodopera ed altre invenzioni moderne non sono stati fatti per ricavare profitto ma per assistere l’umanità nella ricerca della felicità. La speranza per il futuro dipende da cambiamenti radicali per far fronte a questa situazione. I benestanti non vogliono che la situazione presente cambi. Non è certo questo il modo di impedire che si affermino idee bolsceviche o comuniste” – Charlie Chaplin

Lo sviluppo del Fordismo e della catena di montaggio, nonostante le forti critiche e problematiche, esplose in tutto il mondo arrivando anche in Italia nel 1920 con la prima applicazione in uno degli stabilimenti Fiat. La forte riduzione dei costi di produzione, portò questo modello ad essere introdotto in molte fabbriche a livello internazionale e ad essere il sistema produttivo d’eccellenza nei periodi delle due guerre mondiali. Ebbe molti sostenitori e ammiratori, tra cui Lenin, Stalin, Mussolini e Le Corbusier, solo per citarne alcuni.

In Italia, oltre la Fiat con la famiglia Agnelli a Torino, anche Olivetti sceglie di integrare nella propria industria la catena di montaggio ideata da Ford ma apportandone delle modifiche importanti. Negli anni 60/70 siamo di fronte alle prime proteste sindacali e Olivetti, attento ai bisogno dei lavoratori, sceglie di riorganizzare il lavoro della fabbrica, superando il modello fordista: inizia un lungo processo di formazione e riconversione della manodopera che porterà alla creazione delle Unità di Montaggio Integrate (UMI). Queste Unità sono piccole strutture con la mansione di realizzare una parte della macchina o la macchina intera, completa e collaudata, quindi vendibile. Le UMI sono composte da piccoli gruppi di lavoratori che hanno inoltre il compito di verificare la qualità finale del prodotto; rispetto alla vecchia catena di montaggio, l’operaio svolge un lavoro a senso compiuto che gli permette di avere una chiara visione del risultato finale.

E’ proprio in questi anni che si affaccia nel mondo un nuovo modello di organizzazione di lavoro, che si distaccherà completamente dal Taylorismo e dal Fordismo, divenendone una valida alternativa: il Toyota Production System, precursore della produzione snella. Taiichi Ono, direttore della Toyota in Giappone, decide che la produzione deve basarsi, non più sull’offerta, ma sulla domanda del mercato, ormai saturo di beni durevoli. In questo contesto, sceglie di aumentare la flessibilità dei macchinari in modo da riuscire a produrre lotti in tempi ridotti e che, soprattutto, rispondessero in maniera tempestiva alle variazioni del mercato con un continuo miglioramento del prodotto finale e una costante ri-programmazione della produzione.

Ad oggi, la catena di montaggio è stata sostituita ampiamente dal modello Toyotista (o modello Just In Time) che non prevede più una produzione di massa su larga scala. Con le diverse innovazioni tecnologiche, un prodotto (soprattutto se si parla di oggetti meccanici-elettronici) dopo poco tempo risulta essere “superato” e poco richiesto dal mercato. Per questo motivo, la produzione deve essere flessibile e non più standardizzata e automizzata come quella proposta da Ford. Il post-fordismo, infatti, affonda le proprie radici nell’Information Technology, nell’enfasi sui tipi di consumatori (il consumatore non è più “uno solo” e “unico” con gli stessi gusti) e nella globalizzazione. Nonostante, però, questo sostanziale superamento della catena di montaggio, è innegabile affermare che grazie alle idee di Taylor e all’applicazione di Ford la società e l’economia mondiale hanno subito delle importanti innovazioni, che hanno portato a una vera e propria rivoluzione storica.

Catena di montaggio



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