Arte

E se ci fosse Ovidio al Quirinale?

Un poeta che scriveva benissimo, quasi in modo «troppo perfetto» e che fin da giovanissimo padroneggiava l’ars poetica come nessuno. Un poeta i cui prodotti letterari divennero in breve tempo lo specchio ed il fiore all’occhiello della società imperiale ed augustea, ansiosa di godere e divertirsi senza pensieri, dopo anni di guerre civili.

 


Autore : Sara Caon

Nessuno tra voi si è mai chiesto chi vorrebbe mettere al Quirinale come simbolo dell’italianità, se potesse scegliere nella rosa di poeti, artisti e letterati che l’Italia ha partorito fin dall’antichità ai giorni nostri? Io personalmente me lo sono chiesta varie volte, ma oggi voglio osare con un nome che, immagino, a molti non verrebbe in mente come figura-chiave garante della Repubblica Italiana. Ebbene, io oggi metto lui, Publio Ovidio Nasone, nato nel 43 a.C. in Abruzzo, a Sulmona, e morto nell’8 d. C. a Tomi, l’odierna Romania. È infatti quasi ovvio che all’ironico “poeta dell’amore” più famoso d’epoca imperiale nessuno assegnerebbe questo ruolo. Ad un frivolo, elegante e mondano giocoliere di parole, che poco ebbe a che fare con la politica? Ma no. Dunque il mio è un gioco anch’esso, perché parlando di Ovidio non si può non provare a giocare. Gioco su un suo ipotetico e improbabilissimo ruolo al Quirinale, perché in verità al Quirinale Ovidio oggi, comunque, c’è. Ma certamente non in veste di Presidente della Repubblica. Ovidio oggi si trova alle Scuderie.

È infatti a Publio Ovidio Nasone («che gli atti de l’amore rassembra e mette in versi», così come lo descrisse Brunetto Latini), l’ultimo, il più giovane e forse il più trasgressivo dei poeti elegiaci della raffinata ed elegante Roma augustea, che quest’anno (dal 17 ottobre al 20 gennaio) è stata dedicata la mostra alle Scuderie del Quirinale Ovidio. Amori, miti e altre storie, a cura di Francesca Ghedini. Le più di 250 opere in mostra (si va dalla Venere di Botticelli alle installazioni di artisti contemporanei come Joseph Kosuth, dagli affreschi di Ercolano e Pompei ad opere di Tintoretto e Ribera, dalle sculture romane di età imperiale alle sculture provenienti da Villa Adriana e Villa d’Este) narrano in forma iconografica lo straordinario apporto culturale che l’opera di Ovidio ha dato all’umanità di ieri e di oggi ed agli artisti di ogni epoca.

Parliamo, ovviamente, di Metamorphoses, il suo capolavoro indiscusso (e la sua opera più ampia, composta da ben quindici libri), ma è necessario partire prima ancora: dalla fortunata Medea (l’ovidiana rivisitazione della famosa tragedia greca gli valse la prima ed immediata notorietà tra i maggiori poeti del tempo) e dagli Amores (una raccolta di elegie amorose dal tono leggero, sfumato, giocoso), per poi arrivare all’Ars Amatoria (una sorta di manuale in forma poetica – anche qui Ovidio utilizza il distico elegiaco – per imparare a sedurre, nel quale il poeta sale in cattedra per insegnare l’arte erotica ai suoi studenti), ai Remedia Amoris (un poemetto didascalico nel quale Ovidio smette i panni del professore per assumere quelli di medico alle prese coi rimedi necessari per guarire dalla passione erotica, cioè per dediscere amare, disimparare ad amare), alle Heroides («Lettere di eroine», una raccolta di epistole poetiche inviate da celebri figure femminili del mito – ad eccezione della poetessa greca Saffo – ai loro amanti, con cui Ovidio inaugura una nuova forma letteraria all’interno della produzione elegiaca), ai Fasti (poema rimasto incompiuto, nel quale Ovidio passa dall’elegia d’amore all’elegia che “cerca le vere cause” di ricorrenze religiose, nomi e luoghi di feste ed occasioni rituali del Calendario romano – appunto fasti – riportando alla mente le più antiche leggende di Roma, celebri episodi a metà strada tra storia e mitologia, miti antichi di dèi e di eroi) e ai Tristia (opera scritta dall’esilio a Tomi, cui fu costretto da Augusto fino alla morte, nella quale il poeta lamenta la sua lontananza e viene divorato dalla nostalgia).

Un poeta che scriveva benissimo, quasi in modo «troppo perfetto» e che fin da giovanissimo padroneggiava l’ars poetica come nessuno. Un poeta i cui prodotti letterari divennero in breve tempo lo specchio ed il fiore all’occhiello della società imperiale ed augustea, ansiosa di godere e divertirsi senza pensieri, dopo anni di guerre civili. Un uomo brillante e mondano che non cercava la protezione dei potenti e che, al culmine del successo, venne condannato all’esilio (relegatio) per motivi non ancora oggi del tutto chiari. Un uomo che, pur esiliato, continuò a scrivere in latino in mezzo ad un popolo che il latino non lo conosceva e che non tornò in Italia nemmeno da morto. Questo fu Ovidio, che amava muoversi sul filo del rasoio (Augusto aveva promosso una politica di “risanamento dei costumi” e “restaurazione morale”) e, intellettualmente onesto fino alla fine, coerente con la propria personalità beffardamente indipendente, per questo fu punito.

Ma andiamo a curiosare da vicino nelle Metamorphoses, il capolavoro ovidiano per eccellenza, sul quale si sono sbizzarriti scultori, pittori ed artisti di tutti i secoli e di tutte le epoche, di cui uno straordinario assaggio iconografico è disponibile presso la mostra alle Scuderie: 250 miti che compongono un’inedito poema epico che va dalla creazione dell’universo alla guerra di Troia, fino alla divinizzazione di Cesare ad opera di Augusto. Tra i tanti miti che hanno fatto la storia e che poi hanno trovato la giusta collocazione iconografica nelle opere di artisti da tutto il mondo, non è possibile non ricordare Apollo e Dafne, Io ed Europa, Bacco, Perseo, Eco e Narciso, Piramo e Tisbe, Ermafrodito, Aracne, Teseo e Medea, Dedalo e Icaro, Ercole ed Alcmena, Orfeo ed Euridice, la fondazione di Troia, Ifigenia in Aulide, Glauco e Scilla, Enea e la fondazione di Roma. Le storie si incastrano le une nelle altre, formando un dedalo fluttuante di miti, che sorprende ed accompagna il lettore alla scoperta delle narrazioni mitologiche di cui la storia greca e la storia romana, la storia di quello che era l’Occidente, sono intessute.

Il risultato è colorato, incalzante, patetico ed ironico al tempo stesso: e qui sta la genialità di Ovidio, che è appunto nella metamorfosi, nel momento cioè in cui il corpo umano cambia, per assumere la condizione di vegetale o animale, che raggiunge una bravura letteraria senza pari, nella vividezza delle immagini e nello stile linguistico che s’immerge nella descrizione e nell’illusione di tale “passaggio” mitico. La natura sembra racchiudere in nuce le storie mitiche di tutti gli eroi, i dèi, i semi-dèi che l’Occidente di allora aveva conosciuto e serbava nell’immaginario culturale, rituale e simbolico della propria storia. Questo c’è, di comune tra la storia mitica di Ovidio e le rappresentazioni che ne sono state date in arte da ogni parte del mondo, tra la parola scritta e l’immagine: il potere dell’immaginazione, che crea arte sublime, imperitura. Ed è il potere dell’immaginazione che Ovidio ci consegna come un regalo ancora una volta, nel 2018, al Quirinale, non come Presidente della Repubblica italiana ma come umile lacché delle sue Scuderie. Facciamone tesoro.

 

Fonti:
– www.scuderiedelquirinale.it
– Brunetto Latini, Il Tesoretto, Rizzoli ed., Milano 1985.
– Bettini Maurizio, Ovidio, in «Limina. Letteratura e antropologia di Roma antica, L’età di Augusto», La Nuova Italia, RCS ed., Milano 2005, pp. 300-397.



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