15 novembre 2019
Musica

Grandi compositori della storia, Gioacchino Rossini

Il crescendo rossiniano potrebbe a primo impatto apparire come un’applicazione di una serie di regole. Volendo qualificarlo nella sua essenza di fenomeno sonoro si potrebbe definirlo come un meccanismo interattivo-additivo-accelerativo: ed è proprio nella contemporanea presenza di questi tre elementi che risiedeva la sua natura potente e al tempo stesso induttiva nei confronti dell’ascoltatore per il quale l’aspetto più evidente era rappresentato da un’ossessiva ripetizione.

 


Autore : Matteo Franceschini

Gioacchino Rossini era figlio di Giuseppe Antonio Rossini, suonatore di trombetta del comune di Pesaro e uomo gioviale e materialone, e di Anna Guidarini, donna dai lineamenti delicati e portata per il bel canto.

Gli anni adolescenziali dei Rossini furono anni in cui la civiltà musicale stava attraversando un momento di alti e bassi, più bassi in realtà, non solo nelle zone dove il giovane musicista crebbe, ma anche nel resto della penisola. Questa però è stata forse una delle sue fortune più grandi, insieme al fatto di crescere in un ambiente propenso alla musica. Infatti il saper fare dei suoi genitori gli trasmise buone facoltà uditive, vocalità e un pregevole utilizzo della memoria, ma anche la sensibilità elementare dei suoni e del ritmo.

Dunque nonostante i genitori fossero due persone abbastanza semplici seppero trasmettere in Gioacchino una grande vivacità e sensibilità d’indole. Gli trasmisero l’uno, calore di pienezza sensuale e sanguigna, di fantasiosa sfacciataggine, trasfusi nell’arte in un ritmo e in un estro immortali; l’altra, delicatezza e immaginazione sognante, fantasia che è tipica delle indoli sensitive che si commutò nell’arte del figlio in una lirica suprema, senza eguali e in un’ammirevole sensibilità per il bello.

Uno tra i primi ad accorgersi delle potenzialità di Rossini fu don Giuseppe Malerbi, prete del paese di Lugo dove il futuro musicista viveva, al quale impartì i primi rudimenti sull’arte del canto. La svolta nella vita del giovane apprendista avvenne nel 1804 quando la famiglia si trasferì definitivamente a Bologna. Fu questo un trasferimento propizio dal punto di vista artistico grazie anche al maestro Tesei con il quale fece subito grandi progressi. Un primo vero e proprio passaggio importante nella vita del Rossini avvenne durante gli anni del Liceo sotto la guida di Mattei, noto compositore accademico. Inizialmente il rigore di quest’ultimo sembrava aver placato la vulcanicità del giovane e per di più lo aveva intimorito così tanto da paralizzarlo nell’innata facilità che possedeva nella realizzazione delle composizioni. Successivamente riuscì a scrollarsi di dosso questo senso di impotenza e ciò fu confermato dall’affermazione dell’abilità accademica che fu sancita dall’incarico di scrivere una cantata in occasione della distribuzione dei Premi del Liceo. Una caratteristica che ha sempre contraddistinto tutte le opere di Rossini è stata la vitalità e l’allegria.

C’è da chiedersi se opere precedenti, anche di grandi compositori, siano mai state caratterizzate da una tale vivacità e da un senso del comico così spiccato.

La stravaganza di Gioacchino Rossini

Rossini se ne scappava dalle parole dei suoi librettisti disegnando nell’aria vocalizzi che le polverizzavano, dall’ideologia del suo tempo, la libidine del romanticismo. Scappava. E scappando tracciava traiettorie elettrizzanti, ipnotiche. Erano la forza della paura.” (La fuga del genio, Alessandro Baricco, Piccola Biblioteca Enaudi, 2006).

Per valutare e comprendere bene il carattere e la musica di Rossini è stato necessario prima di tutto analizzare, anche sommariamente, le condizioni del teatro italiano in quegli anni. L’opera era ed è, anche se in maniera differente, un elemento molto importante perché non vi erano altri divertimenti e di conseguenza l’attenzione era concentrata sul teatro, il quale aveva anche una funzione di circolo sociale dove tutti si incontravano per discutere e scambiare opinioni.

Tra la fine del XVIII sec. e l’inizio del XIX sec., Parigi era considerata la capitale musicale europea, mentre l’Italia assisteva quasi passivamente a quanto le avveniva intorno. Situazione questa che cominciò a cambiare nel 1813 quando faceva la sua ascesa il giovane Gioachino Rossini.

La sua musica si discostava dai vecchi stereotipi, straordinaria irruenza seppur controllata di un universo sonoro mai sentito precedentemente. Era la dimostrazione di come tutto poteva esser messo in musica: da la “Cambiale di matrimonio” a “Italiana ad Algeri”, da il “Barbiere di Siviglia” a “Guglielmo Tell”. In tutte le opere comparivano i segni che lo contraddistinguevano: leggerezza, grazia e vivacità. Era stato in grado di far sì che strumenti come il fagotto o il corno, che erano alquanto semplici, si esibissero da solisti. La sua esuberante bravura era al tempo stesso sia provocatoria che vincente dal momento che aveva saputo adottare tecnici “avanguardistiche” e singolari per l’epoca, come battere degli archetti dei secondi violini sul copri lampada del leggio oppure utilizzare giochi strumentali impensabili. Novità che comunque vennero succesivamente superate dall’introduzione del crescendo rossiniano.

Il crescendo rossiniano potrebbe a primo impatto apparire come un’applicazione di una serie di regole. Volendo qualificarlo nella sua essenza di fenomeno sonoro si potrebbe definirlo come un meccanismo interattivo-additivo-accelerativo: ed è proprio nella contemporanea presenza di questi tre elementi che risiedeva la sua natura potente e al tempo stesso induttiva nei confronti dell’ascoltatore per il quale l’aspetto più evidente era rappresentato da un’ossessiva ripetizione.

Naturalmente, è quasi scontato ricordare che il crescendo non era un’invenzione di Rossini, ma era un qualcosa già presente. La differenza però tra il crescendo del pesarese e gli altri era tutta nell’osservazione di alcune regole, tra cui la natura ritmica dell’inciso (un modello di quattro battute non era autosufficiente ma si concretizzava soltanto alla quinta). Ecco perché non tutti gli incisi erano adatti ad un crescendo; armonicamente e stilisticamente non vi era libertà assoluta.

Come anticipato, l’opera dell’artista pesarese era contraddistinta dal sorriso. Un punto di forza delle sue opere è stato senza dubbio il genere buffo. Consapevole della grande tradizione dell’opera buffa napoletana, egli aveva trasformato quelli che erano dei personaggi stereotipati in caratteri umani. Nessuno dei personaggi comici di Rossini era una caricatura, poiché vi si potevano trovare diversi modi dai quale osservarli. Alla base di ogni personaggio vi era l’azione dei sentimenti, cattivi o buoni che fossero. Un’altra caratteristica di questo stravagante artista era quella di restare spesso a cavallo tra i generi, un po’ come Mozart. La sua musicalità ha sempre affascinato per la voglia di vivere che traspariva nelle opere, tanto da farlo apparire come un eterno gaudente. Questo artista è stato descritto dai biografi come uomo dalle mille sfumature: umorale, ipocondriaco, di buon appetito e amante delle belle donne. Di fatti proprio gli affari di cuore ebbero un ruolo importante nella sua vita teatrale, egli infatti per via del suo colorito fresco, dei suoi occhi scuri e delle sue mani delicate era considerato irresistibile da donne di tutti i ceti sociali.

Tra le armi più affilate del pesarese vi era sicuramente la satira, senza mai dimenticare le opere serie però. In molte delle sue opere comiche è evidente anche un aspetto malinconico, se non addirittura drammatico. Da questo si deduce dunque che le sue opere erano vere e proprie maschere dentro cui Rossini si rifugiava, ritratti quasi inconsapevoli che parlavano indirettamente di lui. Era diventato nel corso degli anni “prigioniero” del suo genio creativo e della sua ipocondria, tanto da sentirsi svuotato e paralizzato dopo il Guglielmo Tell.

Questo sentimento di annullamento lo aveva portato anche a ritirarsi a vita privata. Nonostante tutto però aveva continuato a comporre e di conseguenza ad avvicinarsi ancora di più alla sua interiorità creativa. Purtroppo però questi avvenimenti avevano aumentato la sua gelosia verso le sue realizzazioni, non voleva che le sue “creature” fossero suonate al di fuori delle mura domestiche e senza la sua presenza.

Rossini aveva sempre dimostrato, sin dall’esordio, di possedere uno stile caratterizzato da una brillantezza ritmica che racchiudeva la sua vivacità. La meccanicità di alcuni procedimenti, come il su citato crescendo, hanno donato alla sua musica tratti surreali che combaciavano perfettamente con le cadenze comico satiriche a cui l’artista era legato. La padronanza del linguaggio sinfonico e contrappuntistico gli consentì di giocare le sue carte migliori non solo nelle arie, quanto nelle sinfonie e nei concertati.

Il passaggio dall’Italia alla Francia aveva segnato tuttavia uno stacco sensibile nel linguaggio musicale e teatrale di Rossini. Le ultime opere e in particolare Guglielmo Tell, in lingua francese, presentavano una libertà formale e una ricchezza timbrica del tutto nuove, aprendosi così alla sensibilità più autentica del romanticismo.

L’altra metà di Gioacchino Rossini.

Non conosco un’occupazione migliore del mangiare, cioè, del mangiare veramente. L’appetito è per lo stomaco quello che l’amore è per il cuore. Lo stomaco è il direttore che dirige la grande orchestra delle nostre passioni” (Gioacchino Rossini)

Attraverso queste parole è stato possibile capire quanto Gioacchino Rossini, oltre ad essere un eccelso compositore, fosse anche un discreto gourmet, raffinato in fatto di vini ed insaziabile buongustaio. É grazie a questa poliedrica personalità che musica e cucina s’incontrano in una danza frenetica e giocosa, consegnataci dalla storia attraverso una serie interminabile di aneddoti, lettere, ricette e pagine musicali. Tutta la vita del compositore fu segnata da note musicale arricchite da tavole imbandite tra pietanze ricche e vini pregiati; fu così che, dopo aver dato l’addio agli spartiti e all’opera, si dedicò con sapienza e godimento al culto del cibo. Quest’amore per la cucina e per il cibo crebbe anche grazie all’amicizia con Antonin Carême, uno dei più famosi chef dell’epoca, il quale gli dedicò parecchie delle sue ricette; Rossini contraccambiò dedicandogli proprie composizioni musicali al grande cuoco.

Nel carattere di questo artista così multiforme c’è una sorta di contraddizione significativa: uno dei geni musicali più importanti e segnanti, incalzante e attivo, fu al tempo stesso un incredibile essere pigro. È famoso l’aneddoto di lui che a letto sta componendo e gli cade un foglio e piuttosto che prenderlo preferisce riscrivere il brano. Questa pigrizia innata del pesarese viene ripresa più volte da biografi e scrittore, e Moravia in uno scritto inedito paragonò addirittura questo stato catartico dell’artista ad uno stato di riposo della terra al tempo stesso capace di regalare scoppi vitali memorabili e fulminei.

Si possono prendere come esempio le Overtures del Barbiere di Siviglia, del Guglielmo Tell e del signor Bruschino in cui Rossini dissimula la grandiosità, la rarità e la complessità dei suoi prodigi sotto un continuo gioco di motteggi e scherzi, quasi una via preparatoria a quello che seguirà.

In tutto questo celare, inventare e orchestrare l’artista ha usato un carattere popolare dimostrando così di tener conto dell’infantilità del popolo. Con le sue opere Rossini si fa padre ed essendo un romantico si mette al livello della gente, diventando parte di essa. Ecco perché le sue opere hanno riscosso sempre grande successo.

I suoi ammiratori lo amavano proprio per questo suo carattere un po’ assurdo, in fondo sapevano che non gli si poteva chiedere la precisione di un Beethoven o la drammaticità di Verdi. Egli aveva un carattere tutto suo e, come lo definivano i suoi amici, era simpaticamente inaffidabile, affabilmente bugiardo, ironico, scherzoso insomma un uomo con un carattere sempre cangiante che lo renderà caro anche ai suoi critica.

A 150 anni dalla sua scomparsa, la memoria inesorabile ricorda un uomo tanto geniale quanto complesso, un uomo che non si è mai preso sul serio lasciando ai posteri opere tuttora suonate e cantate che si diffondono rallegrando il pubblico che le ascolta.



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