numero 19
10 febbraio 2019
Comunicazione

Grammatica e nuovi media: errori e opportunità

Le caratteristiche che accomunano i nuovi media, che li differenziano da quelli tradizionali, hanno creato un effetto dirompente dato che nella storia dell'umanità, dopo la nascita della scrittura, la trasmissione dei testi nello spazio e nel tempo ha continuato a crescere, ma mai era stata così diffusa in tempo reale e con tale ampiezza di pubblico.

 


Autore : Cristina Delfer


Quando scriviamo, la nostra non è solo un’azione che traduce il pensiero in parole scritte, ma anche uno sforzo di traduzione del “tono” che vogliamo adottare, in base al nostro interlocutore.

Scrivere degli appunti a mano da rileggere per studiarli, si sa, è ben diverso che scrivere una e-mail professionale oppure un messaggio amichevole; e tutto ciò, è ancora più distante dalla redazione di un comunicato ufficiale, che magari sarà letto in un discorso pubblico.

I mezzi di comunicazione esigono la loro “traduzione”, il loro tono specifico e, nel caso dei nuovi media, persino la loro grammatica – come si vede nei fatti, anzi proprio nelle parole.

Regole grammaticali, i cambiamenti dall’avvento di internet

Sembra un’eresia ma l’utilizzo della grammatica italiana e le sue declinazioni all’interno dei nuovi media, sono ormai materia duttile per chi scrive.

Le regole, seppur esistano ormai codificate da decenni nella grammatica italiana, oggi si modificano ogni giorno grazie alla scrittura degli utenti che, in ogni angolo del mondo, digitano continuamente i loro messaggi. Possono essere messaggi privati scritti su Whatsapp, notizie e post pubblici sul proprio blog oppure su piattaforme aperte come Twitter o Instagram; in altri casi, si tratta di comunicazioni a metà tra pubblico e privato, cioè da destinare solo alla cerchia dei propri amici su Facebook – che, però, possono essere anche migliaia.

In ogni caso, sia il fatto che i destinatari siano molteplici, sia il contatto diretto con la tastiera, e la velocità di comunicazione che internet ci ha imposto, sono fattori che hanno modificato diversi modi di digitare le parole di uso più comune.

La lingua, nei secoli sempre “viva” e soggetta a trasformazioni, nel suo incontro con i media digitali ha subito una modificazione che è certo difficile da analizzare in modo definitivo, dato che proprio in questo momento milioni di persone la stanno utilizzando e “plasmando” sulle loro tastiere.

Eppure, la lingua italiana può essere vista, sì come un organismo in metamorfosi, ma anche nel suo contesto che negli ultimi 20 anni ha introdotto parole e regole nuove ma ormai codificate, seppur in movimento.

Le caratteristiche che accomunano i nuovi media, che li differenziano da quelli tradizionali, hanno creato un effetto dirompente dato che nella storia dell’umanità, dopo la nascita della scrittura, la trasmissione dei testi nello spazio e nel tempo ha continuato a crescere, ma mai era stata così diffusa in tempo reale e con tale ampiezza di pubblico.

Inoltre, la rete consente di contenere in un unico mezzo tanti media diversi (fotografia, video, testualità, musica). Si tratta di contenuti visivi, sonori, codici di comunicazione differenti che incidono anche nella scrittura, dato che molti suoni hanno iniziato ad essere riprodotti anche tramite delle parole e le emoticon rappresentano delle immagini che sostituiscono le parole.

In molti hanno parlato a tal proposito di “multicodicalità” del web e dei social network in particolare, e spesso tali codici sono anche in costante evoluzione – si pensi come è iniziato tutto con la posta elettronica, e ad oggi si arriva all’instant messaging e ai messaggi vocali.

Tante varianti, che recentemente sono state oggetto di uno studio dedicato al nuovo e-taliano (L’e-taliano. Scriventi e scritture nell’era digitale, a cura di Sergio Lubello. Firenze, Franco Cesati Editore, 2016), dato il forte impatto della comunicazione in rete sulla lingua italiana.

Velocità e sintesi nella nuova grammatica da social

Gli strumenti in rete propongono solitamente dei modelli di scrittura che privilegiano messaggi brevi, una comunicazione in progressiva frammentazione; si tratta di caratteristiche che hanno influenzato l’uso della lingua, e anche di una grammatica “sintetica” in molti casi.

C 6 per “ci sei” DGT per “digiti”, PVT per “privato”. Molti sono gli esempi di abbreviazioni che, secondo una regola adottata prima di tutto dagli anglosassoni, ha pensato bene di eliminare alcune vocali quando il senso è comunque chiaro, adottando dei nuovi termini.

Fin dall’inizio della comunicazione digitale, gli acronimi hanno preso piede fino a correre senza sosta, continuando la metafora. Nelle e-mail di lavoro, già nei primi anni del millennio, iniziarono a comparire formule come ASAP (as soon as possible – il prima possibile) oppure FYI (for your interest – di tuo interesse). Creare delle sigle per definire dei concetti al posto delle frasi, è stato un passo che ha portato, nel tempo, alle conversazioni private infarcite dal famoso TVB al posto di “ti voglio bene”, oppure al LOL di “laught on line” (ridere in rete).

In altri casi, il testo è diventato “subalterno” rispetto ad altri codici come l’immagine o video, la parola non è quindi più sufficiente o dominante, ma si lega in un’integrazione che spesso crea contaminazioni, come nel caso dei video su piattaforme tipo YouTube, in cui il testo è inserito a didascalia interna.

Le regole grammaticali, ignorate e stravolte nel “flusso di parole”

A livello di grammatica e di ortografia, spesso si nota nel testo online una punteggiatura ridotta, a volte eliminata, quasi un flusso di pensieri che non necessitano altro che di punti per definire le frasi. Meno virgole, quasi sconosciuto il punto e virgola, e le maiuscole dopo il punto spesso non vengono rispettate (a meno che il T9 degli smartphone non aiuti in tal senso).

Abbondano punti esclamativi e interrogativi, spesso sommati (!?) oppure inopportunamente ripetuti, come accade per i puntini di sospensione, ormai ben oltre i 3 canonici, adoperati spesso per esprimere perplessità. In alcuni testi l’asterisco ha sostituito, con buona pace delle questioni di genere, la finale maschile e femminile (es. siete tutt* invitat* alla festa), mentre il famoso cancelletto ha dato vita ad una vera e propria tendenza, che svetta a parte su tutti, quella degli hashtag e delle parole continue, di cui val la pena approfondire in seguito.

Spesso non si rilegge il testo prima di postarlo, e questa compulsione alla risposta non aiuta a riflettere sugli eventuali errori ortografici e grammaticali.

Riguardo le regole ortografiche, oltretutto, si è registrato un uso scorretto degli accenti e degli apostrofi da diversi anni: il cambiamento è stato “devastante” visto che molte tastiere dei PC non adottano tali simboli (le cosiddette tastiere americane), e quindi è spesso diffusa la versione a’ per à, oppure e’ per è – con un ritorno negativo anche in chi usa lo smartphone col T9 oppure la tastiera italiana, ma si disabitua a seguire la regola con grande disinvoltura, visto l’andazzo generale.

Coloro che studiano tali evoluzioni, però, non sempre fanno la figura dell’antiquata “maestra dalla penna rossa”. All’Accademia della Crusca senza nessuno snobismone esaminano continuamente l’evoluzione con molte aperture, sebbene dal 1583 il loro compito sia la salvaguardia dell’idioma nazionale. Soprattutto, analizzano la sua applicazione sui nuovi media, tramite un gruppo di ricercatori che si dedicano in particolare alla lingua utilizzata nei social network – i rischi e le potenzialità relativi all’uso dell’italiano sono enormi, e meritano uno studio quotidiano.

Le parole che nascono in rete

Petaloso ne è stato l’esempio: la diffusione di un termine nuovo in rete è velocissima, e può prendere piede, in un contesto storico ben diverso da quando i nuovi termini ci mettevano anni a diffondersi.

Come già fu per l’italiano divulgato dalla TV degli anni Cinquanta e Sessanta, la lingua si arricchisce in tempi brevi di nuove parole, anche se il web consente di farlo in pochi giorni.

I neologismi nati sui social media fanno parte di quella che è stata definita una scrittura “liquida”, con regole meno rigorose rispetto alla lingua ufficiale, che ancora viene utilizzata nei messaggi ufficiali, destinati ad un pubblico più ampio.

Dato che la lingua si alimenta in continuazione di nuove parole, spesso se ne formano da quelle già esistenti (come già facevano molti scrittori in passato) e in tal caso la grammatica è propensa ad accettarle. Il caso di “petaloso” è stato l’esempio per una lingua che proprio i bambini creano, non conoscendo le regole grammaticali e avendo più capacità di giocare con le parole.
Altre volte, ci sono parole ripetute che vengono storpiate, magari prese dal dialetto, come “gegno” al posto di genio o “muoro” al posto di muoio, ripetute ossessivamente nei commenti dei social media: termini che vanno a designare una nuova sfumatura di significato, spesso ironica.

Ogni invenzione può esser una risorsa per mantenere vivo il linguaggio; per la lingua, infatti, niente è inesprimibile e il lessico aumenta perché ci sono nuovi concetti e oggetti, sfumature di senso da esprimere e tante altre varianti dell’esistenza che, in un periodo storico così complesso, rendono normale l’introduzione di nuove parole e regole grammaticali.
Solo il tempo, però, decide se poi un neologismo verrà adottato linguisticamente in modo ampio. Come accadde, ad esempio, per molte parole inglesi che ancora oggi definiscono la rete e le sue dinamiche – e qui entriamo in un altro dei punti importanti della grammatica “online”.

Dall’inglese, i termini inglobati nella lingua

Questa è una una questione annosa, quella del rapporto tra l’inglese e l’italiano, che già nella prima metà del Novecento ha interessato la nostra lingua, con termini come Bar, Film o Hamburger. Continuate a diffondersi con l’espansione cultura statunitense nel dopoguerra, le parole inglesi hanno trovato, con l’avvento di internet, l’apoteosi della loro divulgazione. Adottati a livello sociale come gli unici possibili per definire alcuni concetti, molti termini inglesi hanno soppiantato anche i loro sinonimi italiani, come nel caso di stalker – persecutore o di e-book – libro digitale letto su supporto elettronico.

Gli strumenti della rete sono essi stessi definiti in lingua inglese, ma la loro introduzione non è stata invasiva solo a livello a livello di uso quotidiano, ma anche a livello grammaticale, e le “storpiature” si sono fatte sentire nell’integrazione tra i due idiomi.

Molte parole sono state oggetto di una trasformazione, inglobate nella grammatica e declinate come verbi o aggettivi. Quando si parla di veri e propri strumenti, come lo scanner ad esempio, le parole vengono adottate senza possibilità di traduzione. In questo caso, il termine ha dato vita al verbo scansionare (o scansire, come sarebbe corretto secondo l’Accademia della Crusca), e all’aggettivo scansionato. Altre volte, come nel caso di monitor, ultimamente è un fiorire di “monitoraggi” nel linguaggio tecnico, che ha creato un sostantivo relativo alle analisi tramite video, insieme al verbo monitorare e all’aggettivo monitorato.

È solo uno degli esempi che risale, comunque, ad un’epoca pre-internet ma che oggi può essere d’esempio per tutti i termini intraducibili, come per chi deve “backuppare” dei “files” o farsi un paio di “chattate” prima di andare a dormire.

I verbi, quando si declinano le azioni

Al di là dei verbi che derivano dai termini inglesi ormai diffusi dalla rete, molti sono quelli “inventati” di sana pianta, grazie ai nuovi strumenti che li avviano. Si parla di “whatsappare” o “instagrammare” pensando ad un brand che declina in un verbo, ma anche molti parti del discorso odierno sono nate coniugando delle azioni che si compiono ogni giorno sui social.

Pensiamo al recente “piaciare” per mettere un like, oppure “cuorare” per commentare un post con un affettuoso cuore.

Si può “chattare” tra amici, oppure si può “quotare” una citazione in un commento (dal to quote – citare); la maggior parte dei termini derivano, come abbiamo visto, dalla lingua inglese, e qui si innesta il principale tassello della contaminazione e destrutturazione della lingua.

Al bando le parole, solo emoticon

Le famigerate faccine, spesso sostituiscono del tutto le parole, bastando esse stesse a definire uno stato d’animo, un concetto a volte non facile da esprimere. Si pensi all’emoticon che sorride, che vale ambiguamente per molte frasi di assenso o contentezza, come al celebre “pollice”, in alto o in basso, che decreta un assenso (ci vediamo lì, ok), oppure una disapprovazione.

Ormai le emoticon sono diventare una forma di punteggiatura espressiva, che simboleggia le tante sfumature di felicità, rabbia, tristezza, affetto e così via. Soprattutto, se vengono situate alla fine della frase. Molti post sui social media, sono commentati solo da emoticon che valgono una descrizione standardizzata ma efficace del proprio pensiero.

Gli hashtag, le parole continue

Si tratta di parole o sequenze di parole, precedute dal simbolo cosiddetto del cancelletto, il celebre # definito in inglese hashtag, che viene utilizzato nell’ambito dei social media per la ricerca di contenuti ben specifici, creando delle categorie.

Ovvero, se si inserisce un hashtag #panorama dopo una foto particolarmente scenografica sulla propria pagina, si è sicuri che sarà trovata da tutti coloro che cercano la parola “panorama”, che sia su Twitter, Instagram. G+ o Facebook – la categorizzazione funziona in molte delle strutture dei social network.

Nasce nel 2009 su Twitter come chiave di ricerca, ma presto è stato adottato di principali network per creare delle categorie di contenuti associandoli ad un medesimo hashtag, anzi nella corretta definizione, alle hashtagged word – le parole precedute dal simbolo hashtag #.

Anche qui vince la brevità, dovuta anche al limite di caratteri imposto da Twitter (140 inizialmente), e la capacità di creare una frase ad effetto, memorabile. Spesso si unisce a dei veri neologismi come nel caso del celebre #gomblotto, e solitamente viene sfruttata per campagne comunicative, pubblicitarie o politiche, come nel caso del #metoo.

La sintesi comunicativa di questo strumento, è l’emblema di ciò che la lingua sta subendo nelle sue trasformazioni in rete, ma oltre agli aspetti inquietanti, che preoccupano come avviene in ogni trasformazione, ci sono anche molteplici risorse in atto. In particolare, un grande ritorno alla scrittura, sintetica o meno, che dopo decenni ha rinnovato la passione per la parola, spesso soppiantata dall’immagine nell’era pre-internet – che ormai già ci sembra preistoria…



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