Arte

Il sottile filo rosso fra musei e letteratura

Comprendiamo allora come mai il museo è stato così spesso citato in tante celebri opere della letteratura antica e contemporanea: esso, proprio come il libro, è una sorta di specchio dell’anima della civiltà, nel quale ci si può riflettere ogni volta lo si desideri, senza consumarne mai la bellezza.

 


Autore : Maria Grazia Roversi

Il sottile filo rosso che lega ogni forma di cultura è una piacevole scoperta. Se si vuole indagare su quella fratellanza che lega il museo, “l’arca” e luogo di raccolta di un testamento culturale, storico e artistico dell’umanità, e la letteratura, si fanno delle scoperte quanto meno interessanti. Il Museo è il luogo dove si raccoglie la memoria: e non potrebbe essere altrimenti, anche guardando all’etimologia del nome (che deriva dal latino Museum, luogo sacro alle Muse, figlie di Zeus e della dea della memoria Mnemosine).

La letteratura ed il museo come memoria
La letteratura è, per sua stessa natura, memoria dell’uomo. Pagine, nelle quali si raccolgono e si raccontano storie, aneddoti, filosofie, tragedia, in ogni caso la somma vita. Proprio per questo motivo musei e letteratura sono molto più vicini e correlati di quanto non si possa pensare. Scorrendo a volo d’uccello le opere letterarie che hanno scandito i tempi, possiamo ritrovare una serie infinita di dediche e di cenni alla nobiltà dei musei, luoghi ai quali i narratori si rivolgono sempre con una certa nostalgia, in quanto il museo rappresenta “tutto ciò che è passato”. Lo desumiamo da una citazione del libro “Il malpensante” di Gesualdo Bufalino, dove si legge “Biblioteche, musei, cineteche … Non amo che camposanti”. Museo, un camposanto sacro dell’umanità.

Il museo, agli occhi di Leopardi, era il simbolo di uno dei Paesi del mondo più ricchi di cultura ed arte: la sua Italia, tanto che “Quegli tra gli stranieri che più onorano l’Italia della loro stima, che sono quei che la riguardano come terra classica, non considerano l’Italia presente, cioè noi italiani moderni e viventi, se non come tanti custodi di un museo, di un gabinetto e simili; e ci hanno quella stima che si suole avere a questo genere di persone; quella che noi abbiamo in Roma agli usufruttuarii per così dire, delle diverse antichità, luoghi, ruine, musei ecc” scriveva nel suo Zibaldone.

Il Museo come luogo della memoria e come testamento positivo secondo Orhan Pamuk nel suo “Il museo dell’innocenza” dove si chiede “Lo scopo del romanzo e del museo non è forse quello di condividere, con la massima sincerità, i ricordi con altri individui, così da trasformare la nostra felicità nella felicità di tutti?”. Può essere, certo: una felicità condivisa, una spasmodica volontà di condividere tutto, la cultura, la bellezza di una civiltà con quella delle altre civiltà.

Mausolei di memoria che guardano al futuro
Musei e letteratura, hanno certamente in comune la volontà di non far dimenticare: sono, in un certo senso, un mausoleo a perenne monito. Il Museo condivide con il libro la natura di testamento morale, etico, o di semplice bellezza, testamento che viene passato come uno scrigno pieno di gioielli ai posteri, perché sappiano conservarlo e farne buon uso. Alla luce di questa considerazione comprendiamo bene l’affermazione di Roberto Peregalli, che nel suo “I luoghi e la polvere” sostiene “Il museo deve introdurre la gente in un mondo speciale, in cui le opere dei morti dialogano con gli sguardi dei vivi, in un confronto duraturo e fecondo”.

Comprendiamo allora come mai il museo è stato così spesso citato in tante celebri opere della letteratura antica e contemporanea: esso, proprio come il libro, è una sorta di specchio dell’anima della civiltà, nel quale ci si può riflettere ogni volta lo si desideri, senza consumarne mai la bellezza.



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