19 ottobre 2019
Natura

Spreco del cibo, il suo peso sulle spese alimentari

Secondo la Fao, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura, ogni anno circa un terzo di tutto il cibo prodotto e destinato al consumo umano finisce nella pattumiera. Un dato su cui riflettere, soprattutto se si considera che di tale spreco è responsabile – in misura preponderante - solo una parte della popolazione mondiale, ovvero, quella residente nei cosiddetti paesi ricchi.

 


Autore : Maria Rita Esposito

 

Spreco alimentare, un problema etico, economico e sociale che non possiamo più ignorare

Il cibo è un bene prezioso e non deve essere sprecato”. Quante volte da bambini ci siamo sentiti ripetere queste parole dai nostri genitori e quante altre volte, divenuti adulti, le abbiamo ripetute a nostra volta? Innumerevoli. Eppure, siamo sicuri di aver imparato la lezione e di fare davvero tutto il possibile per non sprecare e buttare via del cibo ancora adatto ad essere consumato?

Lo spreco alimentare è un fenomeno che coinvolge in maniera massiccia tutti i paesi industrializzati. Con il termine ‘spreco alimentare’ si indica la tendenza a gettare via cibo – inteso come qualsiasi sostanza sana e commestibile – ancora adatto per essere consumato. Tale definizione comprende non solo il cibo acquistato e buttato via a livello domestico (food waste) ma, anche tutto il cibo che viene perso e sprecato lungo la catena di produzione e distribuzione (food losses), perché mal conservato o semplicemente perché brutto da vedere.

Secondo la Fao, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura, ogni anno circa un terzo di tutto il cibo prodotto e destinato al consumo umano finisce nella pattumiera. Un dato su cui riflettere, soprattutto se si considera che di tale spreco è responsabile – in misura preponderante – solo una parte della popolazione mondiale, ovvero, quella residente nei cosiddetti paesi ricchi.

Il fenomeno dello spreco alimentare, infatti, assume dimensioni diverse a seconda delle zone del mondo a cui ci si riferisce, tanto che si calcola che il 56% dello spreco totale di cibo si registra nei paesi sviluppati, mentre il restante 44% riguarda i paesi in via di sviluppo, dove, però gli sprechi riguardano soprattutto le fasi di produzione e di distribuzione. Sempre da fonti Fao, infatti, è emerso che nei paesi in via di sviluppo, lo spreco domestico di cibo è pressoché nullo, con un una media annua compresa tra i 6 e gli 11 chili a persona. In Europa, invece, ogni persona spreca in media dai 95 ai 115 chili di alimenti all’anno.

Leggiamo i dati raccolti dalla FAO sul fenomeno dello spreco alimentare

Per comprendere meglio questo fenomeno, vediamo qualche numero.

Secondo la Fao ogni anno nel mondo vengono sprecati circa 1,3 miliardi di tonnellate di cibo, che nell’80% dei casi sarebbe ancora possibile consumare senza rischi. Una quantità di risorse alimentari che potrebbe sfamare almeno due miliardi di persone, cancellando di fatto la piaga della fame nel mondo.

Nella sola ‘piccola Europa’ ogni anno finiscono in discarica 180 kg di cibo pro-capite, con picchi di 579 kg a persona nella ricca e verde Olanda. In Italia, negli ultimi due anni, la situazione è notevolmente migliorata rispetto al passato, grazie all’introduzione della Legge Gadda, mirata proprio a risolvere il problema dello spreco di cibo nel nostro paese. C’è ancora molto lavoro da fare, però, dal momento che ad oggi lo spreco di cibo annuo pro-capite si attesta intorno ai 149 chili. Nelle mense un pasto su tre finisce nella spazzatura e nei supermercati ogni anno si gettano via circa 18,8 chili di cibo ogni metro quadro. Solo un ultimo dato, che getta una luce inquietante su tutto il resto: il cibo buttato nell’arco di dodici mesi dalle famiglie italiane potrebbe aiutare a sfamare ben 44 milioni di persone.

Perché si spreca tanto cibo? C’è una falla nel sistema o è solo un problema culturale?

Quando si parla di spreco alimentare, non ci si riferisce solo al cibo buttato via dalle famiglie, ma, anche a tutti gli alimenti che vengono perduti e gettati via durante le fasi di produzione e lavorazione della materia prima. Questa distinzione è molto importante per comprendere a fondo l’entità e le cause del fenomeno. Vediamo più nel dettaglio in cosa consiste.

Quando si parla di perdite di cibo, food losses, ci si riferisce alle perdite di prodotti alimentari che si verificano a monte della filiera, ovvero, in fase di produzione del cibo. Le perdite di cibo possono verificarsi durante la semina, la coltivazione, la raccolta, la conservazione e la trasformazione dei prodotti agricoli e zootecnici.

Quando si parla di food waste, o spreco di cibo, invece ci si riferisce agli alimenti che vengono scartati e gettati via in fase di distribuzione e/o di consumo finale.

La fase produttiva è quella che sta alla base della filiera agroalimentare, ovvero, la fase di coltivazione, raccolta e trattamento del cibo (frutta, verdura, ortaggi, latte, carni, uova). È questa la fase in cui si registrano i maggiori sprechi nei paesi in via di sviluppo, dovuti ad esempio alla cattiva conservazione, a problemi nel corretto immagazzinamento delle merci o al trasporto inadeguato.

In fase di distribuzione, invece, le principali cause di spreco sono legate a questioni di marketing che impongono determinati canoni estetici per gli alimenti, con il conseguente scarto di quelli non conformi a tali canoni e che si pensa possano non incontrare il gusto dei consumatori. Altra causa di spreco – che riguarda soprattutto la grande distribuzione – è data dall’invenduto, ovvero, tutti quelli alimenti che restano sugli scaffali dei supermercati e che devono essere, poi, buttati via perché scaduti o andati a male.

Inutile dire che la fase in cui si registrano maggiori sprechi nei paesi industrializzati è l’ultima fase della filiera, ovvero, quella del consumo. Tra le principali cause di spreco alimentare, in questa fase, ci sono essenzialmente le cattive abitudini di spesa delle famiglie che spesso acquistano più cibo di quanto ne abbiano effettivamente bisogno. Cibo in eccedenza che anziché finire sulle nostre tavole, è destinato a restare in frigo ed essere gettato via senza essere consumato, perché andato a male o scaduto. A questa tendenza si aggiungono, infine, l’inosservanza delle regole della corretta conservazione degli alimenti, le date di scadenza troppo rigide e la tendenza della grande distribuzione a spingere i consumatori ad acquistare più cibo del necessario proponendo sconti e offerte.

Impatto ambientale e spreco alimentare, una tendenza da invertire al più presto

È così, quindi, che ogni giorno nel mondo milioni e milioni di euro di cibo finiscono nella pattumiera. Il cibo, purtroppo, non è l’unica preziosa risorsa che viene sprecata, poiché per produrre e lavorare gli alimenti vengono impiegate anche altre risorse come acqua, energia elettrica, terra ecc.

Lo spreco alimentare, di conseguenza, ha anche un notevole impatto ambientale sia in termini di consumi delle risorse, sia in termini di emissioni nocive nell’atmosfera, che poi sono le principali responsabili del cambiamento climatico in atto sul nostro pianeta. Si calcola che l’acqua utilizzata nel mondo per produrre il cibo sprecato sia pari a 25 miliardi di litri. Una quantità che sarebbe sufficiente a soddisfare il fabbisogno idrico della città di New York per i prossimi 120 anni. Stesso discorso vale per lo sfruttamento del suolo agricolo, pari al 30% della superficie agricola mondiale. Per quanto riguarda l’impatto ambientale, la produzione di cibo sprecato causa l’emissione nell’atmosfera di circa 3,3 miliardi di CO2 all’anno.

Quanto incide lo spreco alimentare sulla spesa delle famiglie?

Sprecare il cibo non ha solo un impatto immediato sulle nostre vite, ma, influirà in maniera determinante, anche sulla qualità della vita futura nostra e delle prossime generazioni.

Nell’immediato, però, lo spreco alimentare influisce principalmente su un piano puramente economico. Si calcola, infatti, che gli sprechi a livello domestico costino in media circa 25 euro al mese a famiglia, ovvero, 300 euro l’anno. Secondo i dati raccolti dall’Osservatorio sugli Sprechi di Coldiretti, i prodotti più sprecati dalle famiglie italiane sono la frutta e la verdura (17%), il pane e la pasta (28%), la carne ( 30%) i latticini (32%) e il pesce (15%).

Tutto il cibo sprecato dagli italiani (5 milioni di tonnellate) vale circa 13 miliardi di euro l’anno e contribuisce al riscaldamento globale con 13 milioni di tonnellate di CO2 emesse.

In conclusione: come si possono evitare gli sprechi alimentari?

Per correre ai ripari finché si è ancora in tempo, l’Onu e l’Unione Europea hanno firmato un trattato con cui si prevede un dimezzamento degli sprechi alimentari entro il 2030.

Con quasi 800 milioni di persone che patiscono la fame nel mondo e con milioni di bambini che muoiono per denutrizione, lo spreco alimentare è un fenomeno intollerabile sia sul piano etico, sia su quello sociale. Un paradosso crudele, soprattutto, se si considera che in realtà ci sarebbe cibo a sufficienza per tutti se solo si mettesse in campo, a livello globale, una gestione più etica e corretta delle risorse a disposizione.

La maggior parte degli sprechi potrebbe essere eliminata secondo la Fao attraverso il miglioramento (soprattutto nei paesi in via di sviluppo) degli strumenti e delle metodologie legate alla produzione e alla distribuzione del cibo, per evitare i fenomeni di food losses e waste.

A livello domestico, invece, per evitare casi di food waste, basterebbe mettere in pratica alcune semplici precauzioni:

  • Comprare solo il cibo che si è sicuri di consumare
  • Comprare prodotti a chilometro zero o comunque a filiera corta
  • Comprare prodotti di stagione
  • Consumare prima i prodotti in scadenza
  • Riutilizzare gli avanzi
  • Diminuire le porzioni
  • Conservate in maniera corretta i cibi

Tutto sommato, nulla di impossibile.



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