Teatro

Sydney Opera House, teatro simbolo dell’Australia moderna

Il panorama da cartolina, nella capitale australiana, è sicuramente quello che ci riservano la baia, il suo sfondo, e il maestoso Teatro dell'Opera di Sydney. Considerato uno dei più grandi capolavori dell'architettura moderna, l'edificio della Sydney Opera House svetta dal 1973 nello scenario cittadino; questa data si riferisce alla sua inaugurazione, avvenuta dopo ben 16 anni di lavoro continuo e continui riadattamenti.

 


Autore : Cristina Delfer

Dal concorso all’inaugurazione dell’Opera House
Il progetto nasce dalla creatività e l’abilità tecnica dell’architetto Jørn Utzon, chiamato ad iniziare i lavori nel 1957, dopo che vinse la gara internazionale di architettura indetta dallo stato del New South Wales per la costruzione di un teatro dedicato all’opera, sull’isola denominata Bennelong Point.
Il titolo del Sydney Morning Herald il 30 gennaio 1957 non fu tenero: “Dane’s controversial design wins opera house contest” (Controverso progetto di un danese vince il concorso per l’Opera House). E l’aggettivo controverso ricorse più volte per la sua creazione, fin dalla motivazione dei giudici: “Because of its very originality, it is clearly a controversial design. We are, however, absolutely convinced about its merits.”.

I meriti, consistevano principalmente nelle idee innovative a livello architettonico e decorativo: un tetto insolito, costruito da una serie di volte a conchiglia di cemento, ricoperte in esterno con piastrelle bianche. Si trattava di gusci a sezione sferica che, nelle intenzioni dell’architetto, poggiavano su un’enorme piattaforma di granito, larga 120 metri e lunga 185.
L’edificio sarebbe stato composto di tre parti indipendenti: oltre al basamento, il progetto comprendeva il sistema delle vele e gli involucri di chiusura delle sale del teatro e dell’auditorium. Le volte a crociera in cemento e tegole, ad incastro, avrebbero ospitato il palcoscenico più alto.
In un primo momento i gusci dell’Opera House apparirono unici per la forma complessa e la geometria astratta, rispetto alle storiche coperture dei teatri.

Seguendo la concezione iniziale, il complesso architettonico interno è formato da una sala principale, la Concert Hall, e altri spazi – in totale 5 sale che ospitano spettacoli teatrali e di danza, concerti, rappresentazioni operistiche e spettacoli di musica lirica.
Solo nel 2004 è stata inaugurata la Sala Utzon, che è stata realizzata secondo il progetto iniziale dell’architetto dopo il suo ritorno nel 1999 – perché tante furono le difficoltà che questo progetto incontrò per essere concretizzato.
Se i lavori per la sua realizzazione iniziarono nel 1957, infatti, l’Opera House fu inaugurata solo il 20 ottobre 1973 dalla regina Elisabetta II, con un’esecuzione della Nona Sinfonia di Beethoven, e uno spettacolo di numerosi fuochi d’artificio.

Una storia complessa, che portò comunque nel 2007 la Sydney Opera House a far parte dei monumenti considerati patrimonio dell’umanità, sotto l’egida dell’UNESCO.

Il progetto architettonico della Sydney Opera House

Creò stupore ma anche polemiche: descritto come un brano poetico da alcuni, ma anche un enorme conchiglione da altri. Di certo dagli oltre 200 studi di architettura che avevano concorso, da tutto il mondo, non poteva arrivare sempre uno sportivo beneplacito al vincitore.
Anche perché, sembra che il progetto all’inizio non fornisse un disegno prospettico chiaro del modo in cui l’Opera House sarebbe apparsa, una volta completata – a questo aveva supplito il disegno di un membro dello staff dell’Università di Architettura di Sydney. L’elaborazione del suo “controverso” piano, dopotutto, avvenne in madrepatria, senza che egli avesse visto Sydney, servendosi solo di mappe e rappresentazioni.

Nella parte esterna, i gusci a sezione sferica sono stati interpretati da alcuni critici come un’evocazione delle tante barche a vela che solcano i mari australiani.
In realtà, nel disegnare il modello della Sydney Opera House, Utzon si ispirò agli spicchi di arancia sbucciati: in effetti, il disegno iniziale era una sfera perfetta e “decostruita” – le superfici dovevano essere estratte dalla stessa sfera virtuale.

I gusci sono costituiti da circa 2400 costole prefabbricate di calcestruzzo, che formano le volte, allineandosi a coppie. Le piastrelle esterne di rivestimento posteriore e laterale sono circa 1 milione, mentre il lato principale delle vele è costituito da vetrate, e il punto più alto della struttura è di 67 metri di altezza sopra il livello del mare.

All’interno, la Concert Hall dagli interni in legno, è la prima sala per grandezza con 2679 posti, seguita dal vero e proprio Teatro dell’Opera, che ospita circa 1500 persone, e dalle due sale per rappresentazioni teatrali, da 544 posti l’una e 398 posti l’altra. Infine, è presente lo spazio del cosiddetto Studio, un ambiente dedicato agli eventi e alle rappresentazioni creative, che comprende anche un programma di dj set e feste pubbliche.
La recente Sala Utzon (Utzon Room) rappresenta un ambiente minore, utilizzato per concerti esclusivi o conferenze stampa.
Globalmente, la struttura ospita circa 3.000 eventi all’anno: cittadini e turisti la trovano sempre aperta, tranne i giorni di Natale del Venerdì Santo.

Come rilevato da alcuni tra i primi estimatori del progetto, gli auditorium sono organizzati secondo uno schema ispirato ai teatri greci, rivisitato in quell’epoca in chiave modernista. Ci si avvicina alle sale tramite un magnifico approccio cerimoniale. I gradini degli auditorium formano un piano crescente, in cui il punto più alto di posti a sedere è di circa 12 metri di altezza.
Inoltre, il progettista aveva previsto un palcoscenico meccanizzato e delle pareti mobili che potevano essere sollevate, utile quando le condizioni atmosferiche consentivano di aprire l’auditorium.

L’acustica della struttura, in cui il controllo del suono era dato da grandi travi in legno sagomato, è stata biasimata più volte; altro punto “controverso” ma ben dopo il primo sguardo al progetto. Le critiche l’hanno giudicata non adeguata alle aspettative, e soprattutto insoddisfacente rispetto alla funzione di massima diffusione e chiarezza sonora, per la quale era stata pensata.

Costi, tempistiche e controversie nella realizzazione dell’Opera House
Per l’epoca si trattava di idee innovative e costose, dato che la Sydney Opera House fu stimata in circa 3,5 milioni di sterline, ma che ai giudici sembrarono comunque economiche rispetto ad altri progetti per il Teatro dell’Opera – per questo come idee furono ben considerate.
5.000 sterline del premio andarono ad Utzon per il suo disegno, e furono il minimo rispetto ai costi totali, per creare questa icona dell’Australia stessa, considerata una delle architetture più significative del XX secolo e destinata, quindi, a rimanere nella storia.
Dopo le tante controversie costruttive, la spesa finale arrivò addirittura a 102 milioni di sterline, ovvero una percentuale di circa 1457% sopra il budget previsto.

Nel tempo, diverse volte sono state espresse delle richieste di ristrutturazione degli spazi, e uno spostamento di alcune attività nella Concert Hall, più adatta acusticamente rispetto ad altre sale – ciò che è accaduto col dislocamento della Sydney Symphony Orchestra in una nuova sala.

In tutti i lavori per l’Opera House, l’architetto venne affiancato per i calcoli strutturali dalla società di ingegneria londinese Arup.
Eppure, fin dall’inizio dei lavori il progetto risultò più che controverso a causa dei problemi di progettazione. I lavori proseguivano a rilento, infatti, dato che la struttura a gusci diventò difficile da concretizzare in breve, sia per gli ingegneri sia per gli architetti coinvolti.
Ad un certo punto, Utzon sostituì la progettazione dei gusci ellittici originari con dei gusci sferici; ma se per questo punto riuscì a creare una soluzione, il progetto iniziale degli interni non fu mai attuato.
I contrasti arrivarono dal primo ministro australiano di allora, Davis Huges, che mise in dubbio le capacità di Utzon, il quale rassegnò le sue dimissioni e abbandonò Sydney nel 1966.
I controlli di Huges, a livello di rapporti sulla realizzazione dell’opera ma soprattutto sui suoi costi, furono difficili da sostenere. Inoltre, Huges pretese che ci si servisse solo di alcune specifiche società di costruzioni, che non coincidevano con quelle selezionate dall’architetto. La sospensione dei fondi e dell’autonomia, fu fondamentale perché Utzon abbandonasse il progetto, e per tale motivo non fu neanche invitato all’inaugurazione del 1973.

A completare la struttura fu un team di architetti, Peter Hall, Lionel Todd, David Littlemore e Ted Farmer, architetto ufficiale dello stato australiano. Un gruppo che ne raccolse l’eredità e modificò dove sembrava necessario, il progetto dell’architetto danese.
Utzon tornò a lavorare sull’Opera House solo nel 1999, ben 26 anni dopo, su richiesta di coinvolgimento per i progetti futuri della struttura.

Simbologie per un emblema di architettura contemporanea

In un periodo come quello degli anni Cinquanta, l’Australia necessitava di un edificio dalla simbologia nazionale, che definisse la propria immagine a livello mondiale.
Il progetto era ambizioso, ispirato alle strutture dell’epoca in cemento armato, che negli anni Cinquanta avevano visto architetti come Pier Luigi Nervi e Eero Saarinen riscuotere ampi successi nell’uso di questo materiale.

La simbologia del ventaglio nelle vetrate, legata alle ali di un uccello che si aprono, derivava anche dagli interessi di Utzon sulla costruzione modulare, adottata in gran parte della struttura e ispirata anche dai suoi studi sull’antico manuale cinese Ying zao fa shi.
La forza del progetto, per molti critici, è stata quella di adottare una soluzione simbolica che vede un ritorno dello spirituale nell’architettura moderna, una volontà monumentale e di rappresentazione che rese il profilo della Sydney Opera House celebre in tutto il mondo.
I tre gusci sul basamento sono svincolati dalla funzione interna, si attua una “rottura” tra la forma e la funzione degli spazi e, così, si libera un’icona forte nello spazio. Utzon si protende verso il simbolo, anche se mantiene le sue ragioni costruttive modulari, e utilizza la produzione industriale prefabbricata.
La geometria della sfera, dalla quale si estraggono diverse porzioni triangolari, diventa prefabbricabile nel mondo moderno, e Utzon nel suo progetto unì la simbologia e la tecnica come ogni eccelso architetto fa nella costruzione di opere altamente emblematiche.

Alcune delle sue idee furono utopiche, egli stesso disse che “tratta lo spazio come musica”, ma la fattibilità delle volte diventò una priorità in fase esecutiva, e molte forme libere vennero sacrificate nel montaggio degli elementi geometrici modulari. Non sempre le tecnologie rendono fattibile un progetto originale, e nell’Opera House l’architetto rischiò che la logica dell’assemblaggio e dei moduli cementizi prendesse il sopravvento.
Per non cadere nella ripetizione seriale (come nei progetti di Mies Van der Rohe), egli sognò quella geometria inusitata, che molti anni dopo sarà ripresa da Gehry nel Guggenheim di Bilbao, oppure nel Tempio del Loto di Nuova Delhi.
Grazie alle progettazioni computerizzate e ai nuovi materiali, si sono superati oggi alcuni dei problemi che all’epoca Utzon trovò nella definizione del progetto della Sydney Opera House, dovendo cercare una razionale geometria delle forme, che permettesse poi di realizzarle industrialmente. Ora la costruzione è più autonoma, e anche la forma è sempre più svincolata dalla funzione.

L’architetto: dalle case in Danimarca al Teatro dell’Opera in Australia
Jørn Utzon aveva 38 anni quando vinse questo concorso nel 1957, e all’epoca era un membro del Danish Institute of Architects già dal 1942. Lavorava già da anni nel suo studio di architettura in Danimarca, intrapreso dopo gli studi artistici, forse anche grazie alla passione del lavoro paterno, un ingegnere navale per il quale disegnava barche.
Dopo un periodo di lavoro in Svezia, decise di viaggiare e conoscere il lavoro di diversi maestri tra cui Alvar Aalto, Frank Lloyd Wright e Le Corbusier, senza trascurare anche le suggestioni dell’architettura islamica appresa durante dei viaggi in Marocco, e quella orientale tramite visite in Cina, Giappone e India.

Al momento della vittoria del concorso, aveva già ottenuto diversi riconoscimenti nel campo dell’architettura, e continuò ad espandere la sua fama di ideatore, impegnandosi in numerosi progetti internazionali come la sede del Parlamento del Kuwait, la Melli Bank dell’Università di Teheran, e il Museo Naturale della città di Skagen, in Danimarca. Ottenne dei riconoscimenti mondiali come la Medaglia Alvar Aalto nel 1982 e il Premio Sonning nel 1998.
Nel 2003 vinse il Pritzker Architecture Prize, il riconoscimento più autorevole per un architetto, dovuto anche alla sua impronta indelebile, lasciata tramite il teatro dell’opera di Sydney. Questo fu considerato dalla giuria un edificio straordinariamente bello, “che è diventato un simbolo nazionale per il resto del mondo” e considerato“uno dei grandi edifici iconici del XX secolo, un’immagine di grande bellezza conosciuta in tutto il mondo.”. Di Utzon, si motivò il premio con la sua maestria:“Oltre a questo capolavoro, ha lavorato per tutta la sua vita in modo meticoloso, brillante, silenzioso e mai con una nota falsa o stonata”.

L’architetto morì il 29 novembre 2008 ad Helsingør, la città danese che aveva ospitato le sue celebri case, il cui progetto fu allegato a quello della Sydney Opera House.
Dal 1985 lo studio Utzon Architects è stato affiancato anche dal lavoro dei figli Jan e Kim, che hanno seguito anche lo sviluppo del completamento interni e il restauro della Sydney Opera House.



Navigando sul nostro sito accetti la privacy policy. Il sito utilizza i cookie di terze parti per profilare gli utenti