numero 19
10 febbraio 2019
Arte

La Bellezza … ci salverà dal conformismo culturale dei nuovi media?

I contenuti sul web sono sempre più spesso mediocri, ripetitivi e falsati da una costante disinformazione e superficialità degli utenti. Come si può prevenire questa sorta di abbrutimento culturale? Educare alla Bellezza può essere una possibile soluzione alla dilagante omologazione proposta dalla rete?

 


Autore : Piera Pastore


Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà. All’esistenza di orrendi palazzi sorti all’improvviso, con tutto il loro squallore, da operazioni speculative, ci si abitua con pronta facilità, si mettono le tendine alle finestre, le piante sul davanzale, e presto ci si dimentica di come erano quei luoghi prima, ed ogni cosa, per il solo fatto che è così, pare dover essere così da sempre e per sempre. È per questo che bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore” – Peppino Impastato

Da queste parole di Peppino Impastato, giornalista e attivista siciliano brutalmente ucciso dalla mafia il 9 maggio 1978, possiamo e dobbiamo imparare molto. Educare al bello è possibile e fondamentale, soprattutto nella nostra epoca.

Il nuovo millennio ha portato con sé grandiose (e forse spaventose) novità tecnologiche e sociali che hanno rivoluzionato completamente la vita di tutti. Internet ha aperto un mondo di possibilità: da un lato ha avvicinato in maniera esponenziale le persone alla conoscenza, dall’altro ha creato un universo costantemente iperconnesso nel quale ognuno, dalla casalinga all’ingegnere, è al contempo creatore e fruitore di informazione e di contenuti. Con il postmodernismo si è insinuata la cosiddetta società liquida, così definita dal sociologo Zygmunt Bauman, sempre più frenetica che costringe gli esseri umani ad adeguarsi alle attitudini del gruppo per non sentirsi esclusi.

La nascita di questo nuovo contesto ha ampliato ai massimi livelli la diffusione della “cultura di massa”, che un tempo era appannaggio esclusivo dei mezzi di comunicazione tradizionali come giornali, radio e tv. Non sono lontani i tempi in cui la televisione rapiva e ipnotizzava ampie fasce di popolazione, soprattutto quelle analfabete, influenzandone le scelte d’acquisto, le opinioni e la cultura.

Se in passato la limitatezza dei mezzi di comunicazione imponeva in ogni caso un certo controllo sull’informazione, con l’esplosione del web questo controllo è quasi del tutto scomparso, lasciando spazio a una sorta di appiattimento globale dei contenuti veicolati, soprattutto dai social network, i quali risultano molto spesso scontati, ripetitivi, mediocri e, nei casi peggiori, falsati.

I numerosi stimoli che riceviamo dai nuovi media, infatti, molto spesso riflettono povertà e degrado culturale, linguaggi e modelli offensivi e violenti che alimentano condotte superficiali e qualunquistiche di adesione a schemi sconnessi e scollegati dalla propria realtà. Sono poche, per l’appunto, le occasioni di ragionamento critico e di comportamento attivo, e ben pochi i modelli di riferimento culturale e linguistico capaci di oltrepassare le classi dello stereotipo d’immagine e di benessere consumistico comune.

Le logiche del click baiting e del viral marketing, inoltre, condizionano costantemente l’intero mondo del web, e gli utenti sempre più spesso rimangono inermi di fronte alla diffusione di fake news, che rendono ancora più insidioso il già complesso universo di Internet. Come ha affermato Umberto Eco “i social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli”.

Di fronte a questo complicato panorama, la cultura come strumento di sviluppo del senso critico assume un’importanza vitale nel contrasto del sempre più dilagante conformismo culturale, legato al mondo digitale. Di certo, va sottolineato, che non bisogna demonizzare la tecnologia, credendo sia un “grande mostro” che miete vittime indiscriminatamente. Come ogni strumento va utilizzato con cautela e cognizione di causa. Il web ha però introdotto nuove logiche di comunicazione che hanno sicuramente peggiorato, in larga scala, la qualità dei contenuti con un conseguente abbrutimento culturale da parte degli utenti. Sicuramente, sarà capitato a tutti di ri-condividere un post sui social network solamente in base al titolo sensazionalistico dell’articolo scelto, senza controllarne la fonte di provenienza o addirittura leggerne il contenuto.

Ed è proprio qui che entra in gioco l’educazione alla Bellezza. Il Bello, in questo senso, non è solamente pura e sterile estetica, ma anzi, è un veicolo fondamentale al riconoscimento di una qualità positiva nella realtà che va oltre lo sguardo, oltre a ciò che appare. Riscoprire lo stupore nella semplicità degli elementi che compongono la natura o la nostra quotidianità, così come fanno i bambini, è un ottimo esercizio alla Bellezza. Potrà sembrare banale ma, ammirare un cielo stellato o soffermarsi di fronte a un tramonto cercando di essere travolti dalla meraviglia di questi fenomeni naturali, porta l’essere umano a maturare un crescente senso critico di riflessione e un’interpretazione personale su cose, persone o eventi. Il Bello promuove una forte sensibilità e una grande empatia che permettono di cogliere il senso più vero degli esseri e degli oggetti.

Fin dai tempi dell’Antica Grecia, infatti, i giovani dovevano essere spinti a “contemplare la Bellezza nelle attività umane e nelle leggi, e a vedere come essa è dappertutto affine a se stessa” (Platone). Seguendo infatti l’antico discorso filosofico dei Sofisti la Bellezza, pur non avendo valore in sé, è la via per raggiungere i più alti gradi della conoscenza, della verità e della piena realizzazione dell’uomo.

Ma come può davvero la bellezza salvare il mondo dal conformismo culturale legato ai nuovi mass media?

L’arte, forse, è il mezzo per eccellenza con il quale è possibile uscire dall’intorpidimento culturale del nuovo millennio: dal teatro alla musica, dal design alla street art, tutti i prodotti artistici permettono al fruitore finale di entrare a stretto contatto con la Bellezza e, soprattutto, con la curiosità.

L’opera d’arte è fatta per creare interrogativi, per generare sensazioni ed emozioni, positive o negative che siano. L’arte è un potente strumento di comunicazione che genera nell’animo dell’utente finale riflessioni contrastanti, regalando stupore e meraviglia.

Grazie al coinvolgimento sensoriale, la mente apre nuove vie di accesso al mondo esterno ed interno e riconosce che l’oggetto, in questo caso l’opera d’arte, possiede una Bellezza intrinseca. Questo meccanismo favorisce lo sviluppo del senso critico personale, elemento fondamentale per approcciarsi con rispetto a qualsivoglia situazione della vita e, nello specifico, utilissimo all’analisi oggettiva dei miliardi di messaggi ai quali siamo costantemente bombardati dal web e dagli altri medium.

L’arte, inoltre, come strumento di Bellezza promuove il potenziamento della curiosità umana, che riveste un ruolo di grande rilievo nell’osteggiare l’espansione del conformismo culturale. Porsi costantemente quesiti su cosa leggiamo, sulle scelte commerciali (e non) che facciamo, sulle personalità che scegliamo di seguire, sui video che vogliamo guardare, sui link che decidiamo di condividere dovrebbe essere il leit motiv che ci guida nella vasta giungla di Internet.

Non è, infatti, la quantità di nozioni o conoscenze che riusciamo ad imparare ed assimilare nella nostra vita che ci rende più intelligenti e immuni dall’omologazione consumistica della società postmoderna. Anzi, è proprio la curiosità il punto cardine che ci permette di sviluppare ai massimi livelli il pensiero critico, che, come definito da William Graham Summer è “l’analisi e la valutazione di proposizioni di qualunque tipo, al fine di verificarne la corrispondenza alla realtà. La facoltà della critica è generata dall’educazione e dall’allenamento. Si tratta di un abito mentale oltre che di una capacità. Essa è condizione prima dello sviluppo umano. È la nostra unica tutela contro l’illusione, l’inganno, la superstizione e la misconoscenza di noi stessi e del mondo a noi circostante.

La “sete” di conoscenza è forse più importante della conoscenza in sé. E questa sete è strettamente legata al Bello e alla sua indagine.

Alcune minoranze, attraverso questa insaziabile “sete” e alla continua ricerca di una propria dimensione sociale in contrasto alla cultura dominante di massa, sono riuscite a trovare la loro forma di espressione nell’arte e, quindi, nel Bello. Basti pensare alle numerose controculture e subculture nate tra gli anni Sessanta e Ottanta: prima il movimento hippy negli Stati Uniti d’America, poi il punk nel Regno Unito, per finire con l’Hip Hop e il graffitismo sempre negli Stati Uniti d’America. Ad esempio, proprio il writing prima, ma soprattutto la sua evoluzione contemporanea in streetart ha dimostrato come l’arte sia un potente strumento di comunicazione “non convenzionale” e un modo efficace per educare al Bello. Attualmente, infatti, la street art è un fenomeno artistico in continua crescita, largamente utilizzato dalle amministrazioni comunali con l’intento di riqualificare aree urbane degradate e promosso dalle scuole come mezzo di istruzione e didattica.

In maniera utopistica e forse un po’ semplicistica, il Bello è dappertutto, non solo nell’arte, e se tutti ci abituassimo a ricercare la Bellezza, ad incuriosirci in relazione ai più piccoli aspetti legati alla nostra quotidianità, ad alzare gli occhi al cielo e a rimanere affascinati dalle meraviglie della natura o dell’architettura urbana, a ritrovare nella musica le proprie emozioni, a leggere con attenzione un libro, ad amare le armonie e le disarmonie che ci circondano, forse il mondo sarebbe davvero salvo dall’abbrutimento culturale.

D’altronde, “la Bellezza salverà il mondo” diceva l’Idiota di Dostoevskij.



Navigando sul nostro sito accetti la privacy policy. Il sito utilizza i cookie di terze parti per profilare gli utenti