numero 19
10 febbraio 2019
Natura

Il Pacific Trash Vortex

Numerosissimi sono stati i tentativi di stimare la quantità di rifiuti dell'area, nonostante a seconda degli enti che hanno condotto le ricerche i risultati siano sensibilmente differenti: si parla infatti di un'area che va dai 700'000km² ai 10'000'000km²

 


Autore : Andrea Massardo


La metafora del mondo ricoperto dalla spazzatura, una candida realtà

Il Pacific Trash Vortex, conosciuto maggiormente nella lingua italiana col nome di “Isola di Plastica”, è un fenomeno che ha interessato l’Oceano Pacifico (e non solo) a partire dagli anni ’80. A causa delle correnti oceaniche, che hanno contribuito a creare un’area relativamente poco influenzata da esse, ha avuto origine il più grosso accumulo di rifiuti e detriti del mondo. In particolare, in esso si sono stimati accumuli di tonnellate di plastica, dispersa nell’ambiente e condotta dalle correnti verso questo centro di concentramento. Numerosissimi sono stati i tentativi di stimare la quantità di rifiuti dell’area, nonostante a seconda degli enti che hanno condotto le ricerche i risultati siano sensibilmente differenti: si parla infatti di un’area che va dai 700’000km² ai 10’000’000km² (per intenderci, superiore alle dimensioni di Spagna e Portogallo).

Da che cosa è stato causato?

In primo luogo, dalla natura stessa, in quanto le correnti oceaniche hanno trasportato da tempo indefinito i detriti in quel l’area del Pacifico. In ogni caso però, per quanto riguarda gli elementi naturali soggetti alla decomposizione, esso non è mai stato un problema.
Arriviamo quindi alla seconda causa, ossia l’inquinamento umano. Con l’avvento soprattutto della plastica, nonostante non sia l’unico elemento frutto della lavorazione umana presente, la situazione è decisamente degenerata. Questi elementi infatti, non soggetti alla decomposizione nel breve periodo, hanno creato un accumulo di rifiuti che ricopre la superficie marina (e le sue profondità) alla quale ancora non è stata trovata una soluzione efficace.

La colpa, in fondo, è di tutti noi. Tutte le volte che gettiamo della plastica per terra, tutte le volte che disperdiamo rifiuti nell’ambiente e tutte le volte che scorgendo qualcuno che adotta questi comportamenti non lo riprendiamo ed eventualmente ripariamo al danno, siamo complici di questa situazione, che ogni anno mette sempre più a repentaglio la vita degli animali che occupano quell’area marina, causando il danneggiamento del loro ecosistema.
Nonostante queste parole possano sembrare il solito richiamo al senso civico, è doveroso mostrare come, pezzo dopo pezzo, siano la causa di questo ingente accumulo di rifiuti che ha creato danni inimmaginabili al sistema marino dell’Oceano Pacifico. Sarà obiettivo nostro, del futuro, correre ai ripari e studiare una soluzione, per evitare che il fenomeno si espanda (come ininterrottamente sta facendo) fino a diventare davvero incontrollabile.

Conseguenze sull’habitat marino

Le creature che maggiormente subiscono questo fenomeno sono i volatili ed i piccoli predatori marini che, scambiando gli accumuli di plastica per meduse o piccoli pesci, ingurgitano le sostanze presenti nell’area, morendo soffocate. Inoltre, essendo la plastica fotodegradabile, ossia soggetta a continue divisioni a causa della luce solare, le particelle disperse nel mare vengono scambiate per plancton, danneggiando anche le creature che si cibano di questo minuscolo essere vivente.
In aggiunta, queste isole di plastica si sono rivelate però l’habitat naturale di colonie di batteri (alcuni dei quali riescono proprio a cibarsi della plastica), andando ad introdurre specie di esseri viventi che prima non erano presenti, o lo erano in misure decisamente ridotte.

La scommessa per il futuro

Appare ovvio come la principale causa di questo tipo di inquinamento sia dovuto alla lavorazione di materiali plastici, derivati a loro volta dalla lavorazione del petrolio. Si tratti infatti di nylon, piuttosto che detriti caduti dalle navi cargo che attraversano ogni giorno il Pacifico che di rifiuti gettati in mare, essi contribuiscono allo stesso modo all’inquinamento dei mari.
Il modo migliore per limitare questo fenomeno (parliamo qui di prevenzione) è limitare di conseguenza l’utilizzo di materiali plastici e suoi derivati, che non sono biodegradabili. Se l’accumulo infatti fosse dovuto a materiali che si decompongono naturalmente senza danneggiare l’ambiente, sebbene l’impatto visivo possa essere in un certo senso identico, non andrebbe però a causa danno alcuno all’ecosistema, o comunque andrebbe a limitarlo notevolmente.
Il grosso problema di questa soluzione è però quello che a tutt’oggi non è stato trovato un materiale altrettanto adattabile come la plastica e al tempo stesso di bassissimo costo (qualità intrinseche alla sostanza che ha contribuito in maniera primaria al suo “Boom” a partire dagli anni cinquanta del secolo scorso).

Inoltre, è necessario un intenso lavoro di formazione delle persone, per evitare che comportamenti scorretti dei singoli danneggino oltremodo l’ambiente, rendendo inutile qualsiasi tentativo di correzione del danno che possa venire attuato. La prevenzione da questo lato, sebbene banale e scontato, può essere l’arma migliore per limitare il problema, eventualmente anche tramite l’introduzione di ferrei regolamenti che puniscano tali comportamenti con multe esemplari. Sebbene il valore della natura ciò possa non convincere gli umani a non inquinare, il valore pecuniario che un’infrazione legislativa comporta tende ad essere maggiormente percepito dalla popolazione, dovendo sborsare le somme di tasca loro.
Per queste due soluzioni però ci vuole il suo tempo,in quanto le prime entità che devono sentirsi in primis coinvolte sono le autorità statali. Solo da loro possono partire gli obblighi formativi e legislativi per i cittadini e le agevolazioni per le aziende che cercano di introdurre nel mercato nuove sostanze, per dare alternative biodegradabili alla plastica e che sviluppino macchinari per ridurre il danno ecologico.

Cosa può fare il comune cittadino per aiutare a risolvere il problema?

Sono innumerevoli i comportamenti che si possono tenere per migliorare in generale la situazione ambientale della nostra terra. Come già precedentemente sottolineato, ciò deriva da un mix composto sia dalla formazione dei cittadini per quanto riguarda il lato preventivo, sia da un comportamento attivo per correggere comportamenti e danni causati da altri. Raccogliere una confezione di plastica per terra per riporla nell’immondizia (meglio ancora facendo la raccolta differenziata) è un gesto nobile, che non dovrebbe essere connotato di scarne simbologie negative della collettività. Lo stesso vale per i richiami a coloro che non seguono questo comportamento che va a danneggiare il grande habitat terrestre.

Allo stesso modo, come si notano i comportamenti altrui, bisogna iniziare a prestare attenzione anche alle proprie abitudini. Non solo la raccolta differenziata e l’attenzione a non lasciare rifiuti, soprattutto non biodegradabili, spersi nell’ambiente, ma anche iniziare a ragione in modo più attivo, limitando l’acquisto di quei prodotti che producono eccessivo scarto non recuperabile o potenzialmente inquinante. Richiedere l’utilizzo di pacchetti e borse biodegradabili al proprio negozio, eventualmente anche rendendosi disponibili a pagare il corso della più costosa tecnologia. Non sono infatti essi soldi buttati, bensì investimenti che preservano il futuro di noi tutti, inclusi di quello che compie l’azione e quindi suo diretto interesse. Oppure iniziare ad affidarsi a quelle filiere che cercano di eliminare completamente l’utilizzo della plastica nei processi distributivi, che portano tale ragionamento ad un livello ancora successivo.
Prima di tutto però, bisogna sapersi informare. Perché senza saperlo, ed è la cosa che capita più frequente ancora, è la non conoscenza delle conseguenze che porta ad agire in modo sbagliato, senza nemmeno esserne al corrente. Questa è la base di tutte le basi di vita di una persona che vuole essere solidale nell’ambiente e difensore della Terra, sul quale egli vive.

Cosa devono fare le istituzioni?

Per quanto riguarda le istituzioni, bisogna invece sdoppiare il ragionamento.
Oltre a potenziare l’apparato formativo e prevenzionistico, è necessaria una più stringente legislazione a riguardo, che vada a punire i comportamenti scorretti. Senza ciò, ottenere la più ampia collaborazione possibile non è pensabile, in quanto questo è uno dei deterrenti più efficaci (ed infatti, viene spessissimo attuato in svariati ambiti). Inoltre, dovrebbe stimolare la nascita di libere associazioni composte da volontari, eventualmente anche tramite sussidi, per favorire l’avvicinamento alla tematica a tutti coloro che ne sono interessati, con un format molto più malleabile e vicino alla popolazione, sensibile alle differenze culturali e geografiche e per questo maggiormente incisivo.

Per quanto riguarda la riparazione dei danni, si dovrebbe stanziare un maggior numero di fondi (anche qui, eventualmente tramite sussidi ) a tutti coloro che si interessano attivamente alla pulizia dell’ambiente, sia sotto forma solidale che sotto forma imprenditoriale. Bisogna ricordare infatti che il più grande limite agli interventi di pulizia del Pacific Trash Vortex (oltre al fatto che, per operare su larga scala, si necessita proprio di nuova tecnologia non ancora sviluppata per mancanza di investimenti anche statali) è appunto dettata dai costi proibitivi che avrebbe una tale manovra. Nonostante qualche proposta sia stata avanzata, non ha infatti mai preso vita l’idea del progettista.
Arrivati alla conclusione, è necessario trarre le somme di questa riflessione.
Il primo passo per recuperare questa situazione che si è formata negli oceani è ridurre l’emissione di rifiuti, soprattutto plastici e generalizzato non biodegradabili, nell’ambiente, tramite un’attento lavoro di formazione e prevenzione.
Limitando di conseguenza l’aumento del fenomeno, è possibile prendere tempo per studiare nuove soluzioni in grado di ridurre, e forse un giorno eliminare, il problema.
A questo punto, diviene cruciale l’intervento attivo di Paesi, Imprese e liberi cittadini, tramite investimenti nell’ecologia che possano finalmente diminuire la dimensione di questi accumuli di rifiuti, per arrivare un giorno alla loro completa dissoluzione.

Non è un percorso facile, ma forse è l’unico attuabile. Anche perché di questo passo, come cita la famosa metafora, saremo davvero un giorno ricoperti dalla spazzatura.



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